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Agrigento, «non gestiamo l’acqua», dice il Sindaco: vero, ma non è un alibi

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Agrigento, «non gestiamo l’acqua», dice il Sindaco: vero, ma non è un alibi. Ultime notizie da Agrigento e provincia: aggiornamenti in tempo reale su Politica.

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sodano diretta facebook

Sodano: «Non siamo i gestori dell’acqua». Vero sulla carta, falso come alibi: ecco poteri e responsabilità del Comune.

C’è una pagina del Grande Gatsby in cui Nick Carraway pronuncia la condanna più fredda della letteratura americana. Tom e Daisy, dice, erano careless people, gente distratta: sfasciavano cose e persone e poi si ritiravano nel loro denaro o nella loro sconfinata noncuranza, «lasciando che fossero gli altri a ripulire il disastro che avevano combinato». Non è la cronaca di un delitto. È la cronaca di un’assoluzione che ci si firma da soli: io non c’entro, ripulisca qualcun altro.

Davanti a una condotta che perde da oltre settanta ore, in una via di Agrigento diventata torrente, il sindaco Michele Sodano e l’assessore Giuseppe Riccobene arrivano, guardano, si indignano in diretta Facebook. E a un certo punto la formula, pronunciata come una linea di difesa: «I cittadini ci chiamano. Noi non siamo i gestori dell’acqua». Sulla carta è vera. Ma rischia di essere usata esattamente come Nick vede usare la noncuranza dai Buchanan: per fare un passo indietro dalla scena del guasto e lasciare che siano gli altri — AICA, i cittadini con il secchio, la cronaca del giorno dopo — a ripulire. Vale la pena separare ciò che in quella frase è esatto da ciò che, taciuto, la trasforma in un comodo alibi.

Il fatto: settanta ore d’acqua sull’asfalto e una diretta

La scena è quella diventata rituale dell’estate agrigentina: una rottura segnalata, l’acqua che scorre per giorni, il quartiere che protesta, e infine gli amministratori che si presentano sul posto. Ma il registro conta. Sindaco e assessore non arrivano come chi ha in mano una leva da tirare: arrivano come testimoni indignati, quasi due passanti di riguardo. È in quel registro — lo spettatore che denuncia lo spettacolo — che la frase «non siamo i gestori» acquista il suo peso politico. Non descrive soltanto un assetto giuridico: costruisce un ruolo. Quello della vittima tra le vittime.

Ciò che è vero: il gestore operativo è AICA

Partiamo da dove il sindaco ha ragione. Il servizio idrico integrato nel territorio comunale è affidato ad AICA, l’Azienda Idrica dei Comuni Agrigentini. È AICA a dover distribuire l’acqua, stabilire le turnazioni, riparare le perdite, manutenere reti e fognature, gestire allacci, contatori e bollette, organizzare squadre e cantieri. Il sindaco non può ordinare a un tecnico di aprire una valvola, non può riscrivere di suo pugno una turnazione, non può mettere una toppa a una condotta. Quelle mani sono le mani di AICA.

Fin qui, dunque, dire «il Comune non è il gestore» è corretto. Il problema comincia quando da questa premessa si fa discendere la conclusione: e quindi il Comune non c’entra, subisce e basta. Perché AICA non è un corpo estraneo piovuto sulla città da un altro pianeta.

Ciò che è falso: AICA è dei Comuni, non un’entità aliena

AICA non è una società privata indipendente né un’autorità esterna e insindacabile. È un’azienda speciale consortile, costituita dagli stessi Comuni agrigentini e definita dal suo statuto come ente strumentale del consorzio degli enti locali. Agrigento non è un cliente scontento del gestore: è uno dei suoi enti proprietari e fondatori. Ed essendo il Comune più popoloso tra quelli aderenti, è verosimilmente anche quello che pesa di più nelle decisioni, poiché le deliberazioni tengono conto delle quote di partecipazione calcolate sulla popolazione residente.

Non è una proprietà simbolica. Il sindaco — di persona o tramite delegato — siede nell’Assemblea degli enti consorziati, che lo stesso statuto qualifica come organo di indirizzo e di controllo politico-amministrativo. Quell’Assemblea nomina il presidente e il consiglio di amministrazione, può revocarli nei casi previsti, definisce gli indirizzi strategici, approva gli atti fondamentali, stabilisce i criteri di riparto delle spese. Chi siede nell’organo che nomina e revoca i vertici di un’azienda non è, propriamente, uno spettatore di quell’azienda.

Lo statuto va anche oltre. Prevede che i Comuni sovrintendano alla finalità pubblica del servizio, che AICA trasmetta loro semestralmente una relazione sulla gestione, che il controllo sia esercitato dagli uffici comunali competenti attraverso un apposito ufficio formato da dirigenti e funzionari dei Comuni soci — uno dei quali costituito proprio presso il Comune di Agrigento. Il potere di sapere, di chiedere conto e di vigilare, insomma, è scritto. La domanda non è se il Comune possa esercitarlo, ma se lo eserciti.

L’ATI e la rete: il Comune governa il servizio e possiede i tubi

C’è poi un secondo livello che la formula del sindaco lascia in ombra: l’ATI, l’Assemblea Territoriale Idrica. Se AICA gestisce materialmente, l’ATI è l’ente pubblico che governa l’ambito idrico provinciale: approva e aggiorna il Piano d’ambito, individua gli interventi sulle infrastrutture, approva la proposta tariffaria e i programmi degli interventi, affida il servizio al gestore, ne controlla l’esecuzione. Anche qui il Comune di Agrigento è rappresentato dal proprio sindaco o da un delegato. Sodano opera dunque su due tavoli — l’ATI che programma e affida, l’Assemblea di AICA che indirizza e nomina — non su nessuno.

E la rete? Le condotte pubbliche sono demanio: restano pubbliche e vengono affidate in uso gratuito al gestore per la durata della gestione. Il Comune può esserne proprietario; AICA la gestisce; l’ATI la pianifica. La proprietà pubblica del tubo non autorizza il sindaco ad aprirlo con le sue mani, ma non gli consente neppure di dichiararsi estraneo alle sue condizioni. Il tubo che perde in quella via, con ogni probabilità, appartiene alla collettività che il sindaco rappresenta.

Il paradosso: chi diffida non è una vittima

Ed eccoci al punto che smonta la posa dello spettatore. Lo smonta non un cavillo, ma un atto della stessa amministrazione. Il 29 luglio 2026 il Comune ha notificato ad AICA una formale diffida, minacciando — in caso di perdurante inerzia — sanzioni amministrative, sanzioni da Codice della Strada per manomissione e incauta custodia della sede stradale, e persino azioni in sede civile, penale, amministrativa e per danno erariale. Il documento porta la firma del sindaco Sodano, dell’assessore Riccobene, dell’assessore ai Lavori Pubblici Maria Miccichè e del vicesindaco con delega alla Trasparenza Giovanni Crosta.

Qui la contraddizione diventa nitida. Non si diffida ciò di cui si è estranei: si diffida ciò su cui si ha un titolo per pretendere. Non si minaccia una sanzione a un soggetto sovrano e lontano: la si minaccia a un gestore verso cui si vantano poteri di vigilanza e controllo. La Giunta ha perfino un assessore ai «Rapporti con il gestore del servizio idrico»: un’amministrazione che nomina un delegato ai rapporti con AICA, siede nell’assemblea di AICA e diffida AICA, non è un passante che assiste al guasto. È un socio-controllore che, quel giorno, ha scelto di raccontarsi come vittima.

Lo stesso Riccobene, del resto, aveva già chiesto pubblicamente che AICA «desse conto e ragione», rifiutando la narrazione del gestore secondo cui «manca l’acqua». È la rivendicazione di chi ritiene di avere diritto a delle risposte — cioè di chi occupa una posizione di governo, non di chi guarda dal marciapiede.

Vittima, spettatore o socio-controllore? Il confine esatto

Attenzione a non rovesciare la frittata. Nessuno pretende che il sindaco impugni una chiave inglese, né che risponda in prima persona di ogni giunto arrugginito di una rete che ha ereditato malandata, insieme a un gestore in affanno e a un contenzioso con Siciliacque che viene da lontano. Sodano si è insediato l’11 giugno 2026: le condotte non le ha bucate lui, e la sua diffida ad AICA è, di per sé, un atto legittimo e persino doveroso.

Il confine, però, va tracciato con onestà. Esistono due responsabilità distinte. Quella operativa — turnazioni, bollette, riparazioni — è di AICA e dei suoi amministratori. Quella istituzionale e politica — rappresentare la città negli organi di governo, indirizzare, nominare e all’occorrenza revocare i vertici, pretendere dati, contestare gli inadempimenti, attivare vigilanza e sanzioni — è del Comune. Essere danneggiati da una perdita e coreggere il governo di chi quella perdita deve ripararla non sono cose incompatibili: sono, nel caso del sindaco, simultanee.

Il vero cortocircuito è retorico. Le vittime, quelle senza aggettivi, sono i cittadini di quella via: pagano la bolletta, restano a secco, aggirano la pozza. Il sindaco, quando dice «non siamo i gestori» e si dispone accanto a loro nell’inquadratura, prende in prestito la loro innocenza per coprire una posizione che innocente non è: quella di chi in AICA e nell’ATI ha voce, voto e strumenti. È un travestimento comprensibile — l’indignazione rende più del controllo — ma resta un travestimento.

La sintesi

La formula del sindaco va giudicata così. È vera quando significa: il Comune non apre le valvole, non emette le bollette, non ha le squadre di manutenzione. È falsa, o gravemente reticente, quando lascia intendere: il Comune non ha competenze, non ha poteri e non risponde di nulla.

AICA gestisce l’acqua; l’ATI governa il servizio; il Comune di Agrigento partecipa al governo e al controllo di entrambe. Alla città non serve un primo cittadino che commenti la perdita come un cronista di passaggio, ma uno che usi le leve che lo statuto gli mette già in mano. Nel Gatsby, i distratti si salvano ritirandosi. Un sindaco, no: se si ritira dietro la frase «non siamo i gestori», il disastro resta lì, sull’asfalto, e a ripulirlo — come sempre — restano gli altri.

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Fonte: Report Sicilia

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