Agrigento – Pillole di storia di GAETANO AUGELLO —- CALOGERO RIZZO – IL TEOLOGO CON LA PISTOLA. Ultime notizie da Agrigento e provincia: aggiornamenti in tempo reale su Politica.
Cosa sta succedendo


La religione era per il barone Agostino La Lomia soltanto un fatto esteriore: nella sua casa si potevano osservare, le une accanto alle altre, le candele accese davanti al quadro della Madonna e foto delle blue-bells parigine con dediche ardenti, e tutto ciò nonostante l’amicizia con Paolo Meli, il parroco di San Domenico che spesso gli faceva compagnia durante le lunghe serate, e con il sacerdote Calogero Rizzo, suo cappellano privato, che chiamava per officiare i riti richiesti dalle tradizioni del casato nell’abazia laicale di Giacchetto, Tra gli obblighi derivanti dalla concessione del titolo di abate laico c’era proprio quello di far celebrare ogni domenica una messa nella chiesetta della villa e nella cappella di famiglia nel cimitero di Canicattì. Il cappellano celebrava la messa seguendo un prezioso ”Missale Romanum” stampato a Parigi nel 1803.
Padre Rizzo era un uomo di grande cultura teologica, che aveva acquisito nel convento di Cerreto Sannita prima e poi a Roma nell’Università dei padri domenicani, al cui ordine appartenne per molto tempo; successivamente, per dissapori con i superiori ed anche per motivi di salute, abbandonò l’ordine monastico e fu chiamato dal vescovo di Agrigento Giovanni Battista Peruzzo ad insegnare teologia dommatica nel Seminario. Per la grande preparazione fu apprezzato dagli alunni ma, a causa del carattere scontroso, entrò ben presto in rotta di collisione col rettore del seminario, il favarese Filippo Iacolino che sarebbe diventato vescovo di Trapani.
Calogero Rizzo era consapevole della sua superiorità culturale e non accettava di essere contraddetto da alcuno; dovette quindi ritirarsi nella sua casa di via Milano a Canicattì, città ove insegnò dapprima filosofia e religione al liceo classico e poi religione, proprio di fronte a casa sua, nella Regia Scuola Secondaria di Avviamento professionale di tipo commerciale diretta per ben venticinque anni dal professor Alfonso Livatino.
Da fine dottore in Sacra Teologia e tomista principe dell’Ordine dei domenicani, padre Rizzo faceva osservare al parroco di San Domenico Paolo Meli, che campava con i funerali e le redditizie messe gregoriane (trenta per trenta giorni di seguito): “Se la messa ha un valore infinito, perché ne occorrono proprio trenta, e di fila, per salvare l’anima dalle pene del purgatorio?”.
Padre Rizzo coltivava personalmente un suo podere. Una sera di giugno dovette ricorrere alle maniere forti per reagire a un sopruso. Aveva aspettato per alcuni giorni il suo turno per la trebbiatura del frumento e, finalmente, la mietitrebbia era venuta e aveva servito i contadini del vicinato ma, quando toccò a lui, ad un tratto il padroncino decise di andar via. Allora il sacerdote, sentendosi preso in giro, si drizzò davanti alla possente macchina agricola ed impedì con la pistola in pugno al malcapitato di allontanarsi. Fu una lite in un certo senso di famiglia: il padrone della trebbia era fratello di un altro prete di Canicattì, don Antonio Sciascia Cannizzaro, rettore della chiesa di San Francesco e tra i fondatori in città del Partito Popolare di don Luigi Sturzo. Da tutti era inteso, per la sua bassa statura, “patri Baccaredda”.
Mentre dunque il Cannizzaro tentava di divincolarsi, fu ferito alla mano da un colpo partito accidentalmente dalla pistola del prete. L’arma era del fratello Vincenzo, che spesso rimproverava padre Rizzo dicendogli: “Sarbannuti l’ordini, si na bestia!”.
Padre Rizzo teneva la sua pistola sempre a portata di mano e, per evitare che gli scivolasse dalla tasca, durante l’ora di religione l’appoggiava sulla cattedra tra lo sbigottimento degli alunni adolescenti.
Nella primavera del 1948, quando durante la campagna per le elezioni politiche infuriò feroce la contrapposizione tra democristiani e socialcomunisti, alcuni militanti di sinistra si stavano spostando su un carro e, incontrando padre Rizzo, intonarono uno slogan allora in voga tra gli anticlericali: “Un vo’ e un parrinu amm’ampaià”. Il prete, solo ma armato del bastone che portava sempre con sé, li sfidò gridando: “Scinniti, curnuti!”. Ne seguì una colluttazione da cui il prete, naturalmente, uscì indenne.
Memorabile un’altra lite con dei pastori che con le pecore avevano invaso il podere del prete. Padre Rizzo non esitò un momento e sparò alle povere bestie; i pastori stettero a guardare e, quando ritennero che il prete avesse esaurito le sue cartucce, gli si avvicinarono minacciosamente. Il sacerdote, a quel punto, estrasse dall’altra tasca dei pantaloni una seconda pistola facendo fuoco. Arrestato, trascorse qualche notte in carcere nel Castello Chiaramontano della vicina Naro ma, rifiutata l’assistenza di un avvocato, si difese da solo in tribunale e fu assolto.
A seguito di tale episodio, davvero grave per un prete, il vescovo Giovanni Battista Peruzzo convocò padre Rizzo nel vescovado di Agrigento, ingiungendogli di abbandonare, per motivi di opportunità e per evitare scandalo tra i fedeli, l’insegnamento della religione nelle scuole pubbliche.
Padre Rizzo non si scompose per niente e nemmeno un lieve tremolio attraversò il suo volto pallido e scarno: con un agile movimento della mano trasse da sotto la tonaca la pistola e la depose sulla sacra scrivania adusa alle meditazioni, alle preghiere e alla preparazione dei dotti discorsi del grande vescovo, piemontese di nascita, che non conosceva certo bene le “argomentazioni” dei siciliani quasi mai conformi alla morale cattolica, ma talora più efficaci e convincenti.
Il prete di Canicattì sibilò all’esterrefatto vescovo già monaco passionista: “Eccellenza, o la scuola o la vita!”.
L’indomani l’ex frate domenicano saliva ancora i gradini della scuola di via Milano.
Leggi anche: Altre notizie su Politica
Fonte: feeds2.feedburner.com
News Agrigento continua a seguire la vicenda e fornirà aggiornamenti in tempo reale.

