Agrigento senz’acqua: le città che hanno trasformato la crisi idrica e le soluzioni che il capoluogo può copiare. Ultime notizie da Agrigento e provincia: aggiornamenti in tempo reale su Politica.
Cosa sta succedendo

Non ha forse promesso il Sindaco Michele Sodano che intende trasformare Agrigento in una capitale europea ? Prenda esempio allora.
Dalla crisi di Cape Town alle reti intelligenti di Lisbona e Benidorm: i casi internazionali che indicano come Agrigento può ridurre perdite, turnazioni e dipendenza dalle emergenze.
Cape Town ha evitato il “Day Zero”, Lisbona ha abbattuto drasticamente le perdite di rete, Benidorm garantisce l’acqua a una capitale mediterranea del turismo, Windhoek beve da decenni acqua recuperata dagli scarichi, la Puglia sta riducendo prelievi e dispersioni. Il punto comune è uno: nessuno ha risolto la crisi limitandosi a cercare altra acqua. Prima ha cominciato a governare quella che aveva.
Agrigento potrebbe commettere un errore concettuale prima ancora che amministrativo: considerare l’attuale crisi idrica soltanto come una crisi di scarsità d’acqua.
Non lo è.
È contemporaneamente una crisi delle fonti, delle condotte, dell’accumulo, della distribuzione, della capacità finanziaria del gestore, della programmazione e, soprattutto, della conoscenza in tempo reale del sistema.
La differenza non è accademica. Se manca acqua alla fonte, bisogna trovare altra acqua. Se invece una parte consistente dell’acqua disponibile viene dispersa prima di raggiungere le abitazioni, aggiungere nuove risorse può significare semplicemente immettere altra acqua dentro un sistema che continua a perderla.
Ed è precisamente qui che l’esperienza internazionale diventa interessante per Agrigento.
Agrigento, il punto di partenza: il sindaco non gestisce AICA, ma non è neppure un osservatore esterno
Occorre prima eliminare un equivoco.
Il nuovo sindaco di Agrigento è Michele Sodano. Il servizio idrico integrato è gestito da AICA, mentre l’ATI Agrigento costituisce l’ente di governo dell’ambito per la regolazione del servizio. Ma AICA è un’azienda interamente pubblica e la sua Assemblea degli enti consorziati è composta dai sindaci dei Comuni soci; il Comune di Agrigento ne fa parte. Il sindaco, quindi, non dirige gli operai, non apre le valvole e non decide tecnicamente una riparazione, ma politicamente non può essere considerato estraneo alla governance del sistema.
La stessa AICA, nel recente scontro istituzionale seguito alla pubblicazione sui social di una perdita della nuova rete, ha ricordato che il Comune di Agrigento è socio dell’azienda e che il sindaco rappresenta l’ente nelle sedi istituzionali. Nel caso specifico, AICA ha inoltre precisato che la condotta interessata apparteneva a un’opera ancora in costruzione e non ancora consegnata al gestore.
Questo elemento conta perché indica già quale dovrebbe essere il salto di qualità: passare dalla politica della segnalazione alla politica della misurazione e del comando strategico.
Agrigento, peraltro, non parte da zero. Nell’aprile 2025 è stato avviato un intervento di circa 30 milioni di euro sulla rete cittadina che comprende ristrutturazione, distrettualizzazione e automazione. In quella occasione la Regione Siciliana indicò dispersioni che, nel territorio, raggiungevano anche il 60 per cento.
Dal 2025 è inoltre operativo il dissalatore di Porto Empedocle, inizialmente con 50 litri al secondo destinati proprio alla città di Agrigento.
E il 6 agosto 2026 AICA ha annunciato l’assegnazione di 7,2 milioni per mettere in sicurezza il Sistema Voltano e l’ammissione, ancora senza copertura finanziaria, di un ulteriore progetto da 16,2 milioni per la ristrutturazione e l’automazione della rete del capoluogo.
Dunque le opere esistono. I finanziamenti cominciano a esistere. Il dissalatore esiste.
Eppure il problema dell’acqua continua.
È qui che bisogna guardare altrove.
Cape Town: quando una città disse ai cittadini quanta acqua restava
Il caso più celebre è Cape Town.
Fra il 2017 e il 2018 la metropoli sudafricana arrivò a prevedere il “Day Zero”, il giorno nel quale l’acqua corrente domestica sarebbe stata sostanzialmente sospesa e milioni di abitanti avrebbero dovuto approvvigionarsi presso punti pubblici di distribuzione.
Il 18 gennaio 2018 l’allora sindaca Patricia de Lille annunciò misure che oggi apparirebbero politicamente esplosive: limite di 50 litri per persona al giorno, fortissime penalizzazioni tariffarie per i grandi consumatori e riduzione della pressione.
Ma la misura più importante fu probabilmente un’altra: trasformare l’acqua in un dato pubblico quotidiano.
La popolazione sapeva quanto consumava la città, quanto rimaneva negli invasi, quale fosse la soglia critica e come si spostasse la data prevista del Day Zero.
Il risultato fu straordinario: il consumo urbano, che nel 2015 era intorno a 1,2 miliardi di litri al giorno, scese a circa 500 milioni nel gennaio 2018.
Cape Town evitò il collasso.
Ma soprattutto comprese che non poteva dipendere per sempre dalle stesse fonti. La strategia successiva ha quindi affiancato alle dighe falde sotterranee, riuso delle acque, dissalazione e altri interventi, con l’obiettivo dichiarato di aggiungere entro il 2030 circa 300 milioni di litri giornalieri provenienti da fonti diversificate.
La lezione per Agrigento
Cape Town insegna qualcosa di politicamente scomodo: durante un’emergenza idrica la comunicazione non può consistere soltanto nel mostrare la perdita che sgorga da una strada.
Occorre mostrare l’intero sistema.
Agrigento dovrebbe avere un cruscotto pubblico aggiornato quotidianamente nel quale compaiano almeno: acqua disponibile alle fonti, acqua acquistata o prodotta, quantità entrata nei serbatoi cittadini, quantità immessa nei singoli distretti, livelli dei serbatoi, guasti aperti, guasti riparati, tempi medi di intervento e scostamento fra turno programmato e turno effettivamente effettuato.
A quel punto la crisi smetterebbe di essere un racconto e diventerebbe una grandezza misurabile.
Lisbona: la rivoluzione meno spettacolare, trovare l’acqua sotto terra prima che emerga
Se Cape Town rappresenta la gestione dell’emergenza, Lisbona offre forse il modello più importante per Agrigento.
L’azienda idrica portoghese EPAL ha sviluppato il sistema WONE, basato sulla suddivisione della rete in District Metered Areas, distretti idraulici nei quali vengono continuamente misurati portata e pressione.
Il principio è elementare.
Se durante la notte un quartiere dovrebbe consumare pochissimo ma il contatore all’ingresso del distretto continua a registrare una portata elevata, quell’acqua probabilmente non viene utilizzata: sta uscendo da qualche parte.
Non occorre aspettare che l’asfalto si spacchi.
La perdita viene cercata quando è ancora invisibile.
Con questa strategia Lisbona ha ridotto la cosiddetta non-revenue water, cioè l’acqua immessa nel sistema ma non contabilizzata, dal 23,5 per cento del 2005 all’8 per cento nel 2015.
Il sistema non si limita a segnalare anomalie: analizza consumi minimi notturni, perdite potenzialmente recuperabili, evoluzione dei distretti e priorità d’intervento.
Questa è tecnologia, certo. Ma prima ancora è organizzazione.
Perché Lisbona riguarda direttamente Agrigento
Perché la nuova rete agrigentina è già progettata proprio secondo il principio della distrettualizzazione e dell’automazione.
Non occorre quindi inventare un’altra grande opera.
Occorre pretendere che quella in costruzione venga trasformata in una rete conoscibile centimetro dopo centimetro.
La domanda politica da rivolgere ad AICA dovrebbe diventare:
quanta acqua entra ogni giorno nel distretto X e quanta ne viene effettivamente consumata?
Finché non è possibile rispondere rapidamente a questa domanda, nessuno conosce veramente la rete.
Benidorm: milioni di turisti, pochissima pioggia e una rete efficiente al 95 per cento
Fra i confronti possibili è probabilmente Benidorm quello geograficamente e economicamente più interessante per Agrigento.
Mediterraneo, precipitazioni limitate, popolazione fluttuante, enormi presenze turistiche, consumi estivi elevati.
Eppure Benidorm dichiara un’efficienza della rete idrica intorno al 95 per cento. Il sistema utilizza bacini, falde e, durante le emergenze, anche la dissalazione; sensori controllano in tempo reale portate e pressioni per individuare anomalie e perdite.
Secondo i dati diffusi dalla destinazione turistica ufficiale, negli ultimi venticinque anni il consumo complessivo è diminuito del 18 per cento nonostante un incremento del 40 per cento della popolazione e del 26 per cento delle presenze alberghiere.
Ma Benidorm ha compreso anche un altro principio fondamentale: non tutta l’acqua deve essere potabile.
Nel 2024 il Comune utilizzava già il 32 per cento dell’acqua rigenerata proveniente dal trattamento terziario per agricoltura, irrigazione di parchi e giardini e lavaggio delle strade. L’amministrazione ha quindi deciso di progettare una rete più estesa per utilizzare una quota molto maggiore di quella risorsa.
È un passaggio concettuale decisivo.
Usare acqua potabile per lavare una strada o irrigare un’aiuola, in un territorio strutturalmente arido, significa impiegare una risorsa costosa e rara per un’attività che non ne richiede quella qualità.
Il modello Benidorm per Agrigento
Agrigento dovrebbe cominciare a pensare a due acque differenti: acqua potabile per usi potabili e sanitari; acqua rigenerata per tutto ciò che non richiede acqua potabile.
Verde urbano, lavaggio strade, alcuni impieghi agricoli e determinati usi produttivi potrebbero progressivamente essere separati dal sistema potabile, nei limiti naturalmente consentiti dalle normative sanitarie e ambientali.
Il risultato sarebbe equivalente alla creazione di una nuova fonte: ogni metro cubo di acqua rigenerata utilizzato al posto di acqua potabile è un metro cubo che rimane disponibile per le abitazioni.
Windhoek: la città che dal 1968 trasforma le acque reflue in acqua potabile
Poi c’è il caso che mette maggiormente alla prova i nostri pregiudizi.
Windhoek, capitale della Namibia, vive in uno dei territori più aridi del mondo.
Nel 1968 decise di fare ciò che quasi nessuna città aveva osato fare: trattare le acque reflue fino a renderle nuovamente potabili.
La municipalità di Windhoek ricorda ancora oggi che il Goreangab Water Reclamation Plant è stato il primo impianto al mondo dedicato al recupero delle acque reflue domestiche per produrre acqua destinata al consumo umano.
Non significa che Agrigento debba domani mattina immettere direttamente acqua reflua depurata nell’acquedotto.
Una simile scelta richiederebbe un quadro normativo, sanitario, impiantistico e di controllo enormemente più complesso e non dipenderebbe certamente da un’ordinanza sindacale.
Windhoek dimostra però qualcosa di molto importante: la risorsa idrica non termina nel momento in cui l’acqua entra nello scarico domestico.
Il ciclo può ricominciare.
Per Agrigento il gradino realistico è inizialmente quello di Benidorm: recuperare sempre più acqua depurata per usi non potabili, liberando acqua di qualità superiore per l’uso umano.
Zaragoza: la siccità si combatte anche diminuendo strutturalmente la domanda
Una politica idrica efficace non agisce soltanto sull’offerta.
Agisce anche sulla domanda.
Zaragoza rappresenta uno degli esempi europei più interessanti di costruzione di una cultura urbana del risparmio idrico. Campagne pubbliche, contatori, incentivi e tecnologie efficienti hanno contribuito a mantenere il consumo domestico su valori molto contenuti.
Nel 2024 il Comune stimava il consumo domestico attorno ai 103 litri per abitante al giorno, ancora molto inferiore alla media nazionale spagnola indicata dallo stesso Comune.
Non si tratta di chiedere genericamente ai cittadini di «non sprecare acqua».
Quello produce qualche comunicato e pochi risultati.
Occorre consentire al cittadino di sapere quanto consuma, confrontare il proprio consumo con quello medio, rilevare immediatamente un’anomalia e premiare economicamente i comportamenti efficienti.
Qui ritorniamo inevitabilmente ai contatori intelligenti.
Una rete idrica moderna conosce simultaneamente l’acqua che entra nel quartiere e quella che entra nella casa.
La differenza fra queste due grandezze racconta quasi tutto ciò che serve sapere.
Il caso italiano: la Puglia ha capito che un acquedotto si combatte metro per metro
In Italia il confronto più utile non riguarda un singolo sindaco, perché la struttura del servizio idrico italiano affida quasi sempre la gestione a soggetti sovracomunali.
Il laboratorio interessante è Acquedotto Pugliese.
AQP utilizza mappatura digitale, distrettualizzazione, telecontrollo, gestione della pressione e sensori elettroacustici capaci di intercettare perdite ancora non visibili. Il programma di risanamento dovrebbe interessare entro il 2029 circa 1.300 chilometri di condotte in 143 Comuni.
Secondo AQP, nel 2025 è stato possibile soddisfare il fabbisogno delle comunità servite prelevando dall’ambiente circa 120 milioni di metri cubi in meno rispetto al 2009. L’azienda stima inoltre che le perdite siano scese dal 45,1 per cento del 2018 al 38,4 per cento nel 2025.
Il dato resta elevato. Non siamo davanti a Lisbona.
Ma la direzione è istruttiva: risanamento delle condotte, gestione della pressione, sensori, interconnessioni fra sistemi diversi e riutilizzo delle acque depurate.
È la stessa grammatica tecnica che ricorre in quasi tutti i sistemi efficienti del mondo.
E questo dovrebbe far riflettere: le soluzioni sono ormai note.
Agrigento non ha bisogno di un’altra “emergenza”: ha bisogno di un Piano acqua verificabile
Da questa comparazione emerge una conclusione precisa.
Il problema agrigentino non può essere risolto scegliendo fra dissalatore e rifacimento della rete, fra nuove fonti e risparmio, fra AICA e Comune.
Questa alternativa non esiste.
Occorrono contemporaneamente riduzione delle perdite, diversificazione delle fonti, aumento dell’accumulo strategico, riuso delle acque, digitalizzazione della distribuzione e governo della domanda.
La dissalazione, da sola, non basta. Se una rete perde molto, una parte dell’acqua che costa energia produrre verrà comunque dispersa.
Il rifacimento della rete, da solo, non basta. Una Sicilia climaticamente più arida dovrà comunque disporre di fonti alternative.
Le autobotti non sono una soluzione strutturale. Sono un servizio di protezione civile necessario quando il sistema ha già fallito.
E invitare i cittadini al risparmio mentre non si sa con sufficiente precisione quanto perde ogni singolo distretto rischia di capovolgere il problema: prima di chiedere alla famiglia di risparmiare il litro, bisogna sapere dove il sistema perde il metro cubo.
Che cosa potrebbe fare concretamente il sindaco di Agrigento
Michele Sodano non può sostituirsi al direttore generale di AICA né impartire ordini alle squadre operative. Ma dispone di una risorsa molto più importante: il potere politico di trasformare il problema dell’acqua nella principale questione di governo della città, utilizzando Comune, partecipazione ad AICA, interlocuzione con ATI, Regione e Governo nazionale.
Potrebbe chiedere formalmente che venga costruito un Piano straordinario Agrigento Acqua 2030 con obiettivi numerici e verificabili.
Non «migliorare la rete».
Ma: quanti chilometri sostituiti ogni anno.
Non «ridurre le perdite».
Ma: quanti metri cubi recuperati per distretto.
Non «intervenire rapidamente».
Ma: quante ore trascorrono mediamente fra segnalazione, localizzazione e riparazione.
Non «aumentare l’approvvigionamento».
Ma: quanti litri al secondo arrivano quotidianamente da ciascuna fonte e quanti raggiungono effettivamente i serbatoi.
Non «superare progressivamente le turnazioni».
Ma: quanti quartieri passano ogni anno da distribuzione intermittente a distribuzione più continua.
È ciò che distingue un obiettivo politico da un auspicio.
Una “control room” dell’acqua accessibile anche ai cittadini
Il modello Cape Town e quello Lisbona suggeriscono quindi una scelta che potrebbe essere realizzata senza attendere la conclusione di tutte le grandi opere: una centrale digitale dell’acqua agrigentina.
AICA già dichiara di gestire captazione, adduzione, distribuzione, fognatura e depurazione e mette a disposizione turnazioni e servizi di emergenza.
Il salto successivo sarebbe rendere pubblica una parte dei dati industriali del sistema.
Immaginiamo una pagina consultabile da qualsiasi cittadino:
Serbatoio A: entrati oggi 2.000 metri cubi.
Distretto B: immessi 700, contabilizzati 460.
Perdita stimata: 240.
Pressione: X bar.
Guasti aperti: 3.
Tempo medio riparazione: 11 ore.
Prossima distribuzione prevista: data e ora.
Scostamento rispetto al turno precedente: due ore.
Cambierebbe persino la natura del dibattito politico.
Non discuteremmo più se «l’acqua c’è» o «l’acqua non c’è».
Sapremmo dove è andata.
La vera soluzione radicale: fare dell’acqua una infrastruttura conoscibile
È questo, alla fine, il messaggio che proviene dalle città esaminate.
Cape Town ha reso conoscibile la scarsità.
Lisbona ha reso conoscibili le perdite.
Benidorm ha reso conoscibile la rete e ha separato gli usi potabili da quelli che non richiedono acqua potabile.
Windhoek ha chiuso il ciclo restituendo valore perfino alle acque reflue.
Zaragoza ha reso misurabile il consumo del cittadino.
La Puglia sta trasformando un gigantesco acquedotto in una infrastruttura monitorata digitalmente.
Agrigento possiede già alcuni pezzi dello stesso mosaico: rifacimento e distrettualizzazione della rete, automazione, dissalazione, finanziamenti sulle adduttrici e nuovi progetti dichiarati ammissibili.
Quello che manca è trasformare questi interventi da somma di opere a sistema di sicurezza idrica.
Ed è qui che comincia la responsabilità politica.
Perché il sindaco non deve necessariamente saper riparare una condotta.
Deve però pretendere di sapere quanta acqua attraversa quella condotta, quanta se ne perde, quanto tempo occorre per ripararla, chi ne risponde, quanto costa e quando il problema verrà definitivamente superato.
Le città che sono uscite dalle grandi crisi idriche hanno fatto precisamente questo: hanno smesso di amministrare l’emergenza e hanno cominciato ad amministrare l’acqua.
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Fonte: Report Sicilia
News Agrigento continua a seguire la vicenda e fornirà aggiornamenti in tempo reale.

