Centocinquanta millimetri in due ore: perché Agrigento è andata sotto, e cosa si può fare entro l’inverno. Ultime notizie da Agrigento e provincia: aggiornamenti in tempo reale su Sport.
Cosa sta succedendo

Analisi tecnica del nubifragio di sabato 19 settembre 2026.
La pioggia è stata eccezionale, ma i danni non sono stati un accidente: sono il prodotto misurabile di un assetto urbano, di una rete idraulica e di un sottosuolo che conosciamo da decenni. Con una lista di provvedimenti che il Comune può deliberare nei prossimi novanta giorni.
Il dato di partenza
Sabato 19 settembre su Agrigento si sono scaricati circa 150 millimetri di pioggia in poche ore. Il valore che circola nelle cronache è di 153 mm; i portali meteorologici hanno segnalato “oltre 140 mm in tre ore”, 3B Meteo ha parlato di alluvione lampo. La differenza fra le cifre — 140, 150, 153, 154 — non è un dettaglio da pignoli: dipende da quale pluviometro si legge e su quale finestra temporale si somma. È il primo problema di questa vicenda, e ci torneremo: la città non ha una rete di misura propria, e la ricostruzione dell’evento dipende da stazioni sparse gestite da soggetti diversi. Assumiamo il dato prevalente: 153 mm in due ore, cioè un’intensità media di 76 millimetri l’ora. Per dare la misura: è dell’ordine di un quarto della pioggia che ad Agrigento cade normalmente in un anno intero, concentrata nel tempo di una partita di calcio.
Quanto è raro? Si può stimarlo con le curve di probabilità pluviometrica, lo strumento con cui si dimensionano fogne, tombini e attraversamenti. Usando i parametri regionalizzati tipici della Sicilia meridionale costiera e una distribuzione dei valori estremi a coda pesante, l’evento di sabato si colloca fra alcune centinaia e alcune migliaia di anni di tempo di ritorno: una stima molto incerta nella cifra esatta, inequivocabile nella sostanza. Il punto di sabato sta fuori dal fascio di curve con cui si progetta.

La pioggia del 19 settembre confrontata con le curve di probabilità pluviometrica. I tre pallini sono le tre letture presenti nelle cronache: tutte si collocano sopra la curva con tempo di ritorno di 200 anni
Tradotto in altezze di pioggia sulle due ore: la pioggia di progetto che normalmente si usa per una rete urbana (tempo di ritorno 5 anni) è dell’ordine di 41 mm; quella “eccezionale” da 100 anni è dell’ordine di 83 mm. Sabato sono arrivati 153 mm. Il 3,7 volte la pioggia di progetto, l’1,8 volte quella centenaria.
Qui finisce la parte in cui l’evento meteorologico spiega tutto. Da qui in avanti comincia la parte che riguarda noi.
Il conto idraulico: quanta acqua ha davvero dovuto smaltire la città
Un nubifragio non fa danni in quanto pioggia: fa danni in quanto volume che scorre in superficie perché non trova né suolo che lo assorba né condotte che lo portino via.
Prendiamo la fascia urbana costiera fra Villaggio Mosè, Cannatello e San Leone, la parte di città cresciuta dagli anni Sessanta sulla piana. Con una superficie scolante dell’ordine di 7 chilometri quadrati e un coefficiente di deflusso da tessuto urbano denso (0,70, cioè sette decimi della pioggia che diventa ruscellamento), i 153 mm di sabato producono circa 750.000 metri cubi di acqua in due ore: settecentocinquanta milioni di litri, l’equivalente di trecento piscine olimpioniche, da far scendere verso il mare attraverso una rete pensata per un terzo di quel volume.

Volumi di deflusso sul bacino urbano costiero, per un’area scolante di 7 km². La barra dell’evento riporta l’intervallo corrispondente a coefficienti di deflusso fra 0,55 e 0,85.
Il grafico contiene però l’informazione più importante, e non è quella sulla rete. Se la stessa pioggia fosse caduta sulla piana agricola di sessant’anni fa, con un coefficiente di deflusso dell’ordine di 0,25, il volume in superficie sarebbe stato di circa 268.000 metri cubi: quasi tre volte meno. La differenza — quasi mezzo milione di metri cubi — non l’ha prodotta il clima. L’ha prodotta l’asfalto.
Con il metodo razionale, la portata al colmo su quel bacino si colloca fra 80 e 125 metri cubi al secondo a seconda del grado di impermeabilizzazione. Sono portate da fiume, non da fognatura: nessuna rete urbana italiana è dimensionata per valori simili, e nessuna lo sarà mai, perché costerebbe più della città che serve. È esattamente per questo che la difesa non può essere affidata alle tubazioni.
Le cinque carenze che hanno trasformato una pioggia rara in un disastro diffuso
Urbanistica: la città costruita sulle vie dell’acqua
L’espansione di Agrigento verso la costa, dagli anni Sessanta in avanti, ha occupato la piana alluvionale e il retroduna fra le aste dell’Akragas (San Biagio-Sant’Anna) e dell’Hypsas (Drago). Quelle superfici avevano un reticolo naturale di valloni e fossi che raccoglievano l’acqua dal versante e la portavano a mare. Nella crescita edilizia quel reticolo è stato in larga parte tombinato, deviato o semplicemente cancellato dalla cartografia di piano, mentre la topografia — che non si cancella — ha continuato a mandare l’acqua dove la mandava prima.
Il risultato è strutturale: esistono punti della città che si allagano ogni volta, e si allagano sempre negli stessi posti, perché quei posti sono le depressioni e gli alvei di prima. Non è un’ipotesi da verificare: è la firma riconoscibile degli allagamenti ripetuti nei quartieri costieri, e sabato si è letta di nuovo.
A questo si somma l’impermeabilizzazione senza compensazione. Il Piano regolatore vigente e il regolamento edilizio comunale non impongono il principio dell’invarianza idraulica — cioè l’obbligo, per chi impermeabilizza, di restituire alla rete la stessa portata di prima realizzando volumi di invaso. È una norma ordinaria in Lombardia, Emilia, Veneto; in Sicilia è ancora un’eccezione. Ogni piazzale asfaltato negli ultimi trent’anni ha quindi scaricato il proprio surplus sui vicini di valle.
Infrastruttura: una rete mista, sottodimensionata e senza mappa
La rete di drenaggio agrigentina presenta tre problemi sovrapposti, tutti noti.
Il primo è il dimensionamento: collettori costruiti fra gli anni Sessanta e Ottanta su curve pluviometriche costruite con serie storiche del Novecento, quindi su un clima che non è più quello attuale. Il secondo è la mistura: acque bianche e acque nere nello stesso condotto significa che la portata di pioggia satura il collettore e va in pressione, con risalite dai chiusini e contaminazione delle acque di allagamento — un problema igienico, non solo idraulico. Il terzo, il più grave, è la manutenzione e la conoscenza: caditoie ostruite da foglie, terra e rifiuti riducono la capacità di captazione anche del 70-80% con pochi centimetri di detrito, e in molti tratti non esiste un rilievo digitale aggiornato di dove passino i condotti, con che sezione e in che stato. Una rete che non è mappata non può essere né verificata né progettata.
Gli attraversamenti stradali sono l’altro anello debole. Lo smottamento sulla statale 640, segnalato sabato, e gli allagamenti sui sottopassi indicano tombini di attraversamento con sezioni insufficienti e imbocchi non protetti da griglie di trattenuta: basta un tronco o una fascina per trasformare un attraversamento da 10 metri cubi al secondo in una diga.
Geologia: una piastra rigida su argille plastiche
Agrigento sta su una delle configurazioni geologiche più delicate della Sicilia. Il centro storico, la Rupe Atenea e la Collina dei Templi sono una piastra di calcarenite (la Formazione Agrigento) appoggiata sulle argille azzurre plioceniche della Formazione Monte Narbone. La calcarenite è rigida, fratturata e molto permeabile; le argille sottostanti sono impermeabili e plastiche.
Questo significa che una pioggia come quella di sabato non scorre soltanto: si infiltra rapidamente nelle fratture della calcarenite, raggiunge il contatto con le argille, vi si accumula e aumenta le pressioni interstiziali al tetto dell’argilla. È il meccanismo classico dei fenomeni di lateral spreading, degli scorrimenti rotazionali al margine del plateau e dei crolli di blocco al bordo della rupe. È anche, in sostanza, il meccanismo della frana del 19 luglio 1966, l’evento che ha definito la storia urbanistica moderna di questa città.
La conseguenza operativa è che il danno geologico di un nubifragio non si manifesta nelle ore dell’evento, ma nelle settimane successive, quando l’onda di pressione arriva al contatto. Le prossime sei-otto settimane sono il periodo di massima attenzione per i movimenti lenti ai margini della collina e per i muri di sostegno, non la scorsa domenica.
Idrogeologia e sottosuolo: i vuoti sotto l’asfalto
Il cedimento di piazza Marconi, con un’auto sprofondata è il fatto tecnicamente più informativo di tutta la giornata — e quello che merita l’indagine più urgente.
Un crollo improvviso del piano stradale sotto pioggia intensa ha, in un contesto come questo, una spiegazione dominante: la suffosione. Una condotta ammalorata — fognaria, idrica o un vecchio tombinamento — perde acqua nel terreno circostante; l’acqua asporta progressivamente le particelle fini dei terreni sabbiosi o dei materiali di riporto; si forma una cavità che cresce sotto la pavimentazione, invisibile in superficie, finché la pioggia intensa satura il terreno, il carico aumenta e la volta cede. Il nubifragio è il fattore che fa collassare la cavità, non quello che la crea. La cavità era lì da mesi o da anni.
Va detto con chiarezza che questa resta un’ipotesi da verificare con indagini dirette — georadar, tomografia elettrica, videoispezione delle condotte. Ma è un’ipotesi con una implicazione seria: se il meccanismo è la suffosione, piazza Marconi non è un caso isolato, ma il primo vuoto che ha ceduto. Gli altri sono ancora lì, sotto altre strade.
Si aggiunga, nella fascia costiera, una falda superficiale su sabbie e limi: quando il livello è alto la capacità di infiltrazione del suolo crolla e le condotte drenanti lavorano in controflusso, cioè non drenano affatto.
Governance del rischio: la catena di allertamento non ha funzionato
Questo è l’elemento su cui un’amministrazione ha il margine di manovra più ampio e il costo più basso.
Sabato il quadro di allerta regionale non segnalava criticità severe, e l’avviso comunale a non uscire di casa — riportato dalle cronache — è arrivato quando la città era già in tilt. Non è una colpa individuale: è un limite di metodo. I bollettini di allerta regionali lavorano su zone di allerta di migliaia di chilometri quadrati e su scadenze di dodici o ventiquattro ore; una cella convettiva autorigenerante di pochi chilometri di diametro, tipica del Mediterraneo di fine estate, è strutturalmente invisibile a quella scala. Affidare la protezione civile comunale al solo colore dell’allerta regionale significa accettare per costruzione di essere in ritardo su questa classe di eventi.
E c’è la questione del quadro climatico, che va detta senza usarla come alibi. Il mare intorno alla Sicilia a settembre è più caldo di circa un grado e mezzo rispetto alla media di metà Novecento: per la relazione di Clausius-Clapeyron ogni grado aggiunge circa il 7% di vapore disponibile, ma gli estremi convettivi di breve durata crescono più rapidamente, fino al doppio di quel tasso. Le curve di probabilità pluviometrica con cui è stata dimensionata la rete agrigentina sono quindi non stazionarie: sottostimano l’evento di oggi. Il cambiamento climatico non spiega perché piazza Marconi sia sprofondata; spiega perché quel tipo di pioggia tornerà prima di quanto dicano i tempi di ritorno.
Cosa deve fare il Comune nei prossimi novanta-centottanta giorni
Le misure che seguono sono ordinate per rapporto fra riduzione del danno e tempo di attuazione. Nessuna richiede una variante urbanistica, un grande progetto o l’attesa di un finanziamento straordinario; tutte sono nella competenza diretta dell’amministrazione comunale. Il riferimento temporale non è casuale: fra ottobre e dicembre cade la parte più intensa della stagione delle piogge.
Priorità 1 — Entro trenta giorni
- Pulizia straordinaria e censita di tutte le caditoie, griglie e chiusini, con rendicontazione georeferenziata nodo per nodo e fotografia prima/dopo. Non un generico “intervento di pulizia”, ma un registro pubblico con numero di nodi trattati. È la misura con il miglior rapporto costo-beneficio esistente in materia: costa decine di migliaia di euro e restituisce la capacità di captazione persa, che è la prima causa di allagamento nei nubifragi ordinari.
- Sgombero degli imbocchi dei tombinamenti e dei valloni, con rimozione di inerti, rifiuti e vegetazione, in coordinamento con i proprietari delle opere (ANAS, RFI, Genio civile, Consorzio di bonifica).
- Ordinanza sui punti critici: individuazione formale e cartografata dei sottopassi, dei guadi, dei tratti in trincea e degli attraversamenti di valloni tombinati, con segnaletica permanente, dispositivi di chiusura fisica e procedura di chiusura preventiva automatica al superamento di una soglia di pioggia misurata.
- Ricognizione danni georeferenziata e aperta al pubblico, propedeutica alla richiesta di stato di emergenza, con procedura semplificata per le segnalazioni dei cittadini e delle imprese.
Priorità 2 — Entro novanta giorni
- Indagini geofisiche per la ricerca di cavità sugli assi dove si sono verificati cedimenti o depressioni del piano stradale, a partire da piazza Marconi: georadar multicanale, tomografia elettrica e videoispezione delle condotte sottostanti. Il costo è dell’ordine di poche decine di migliaia di euro per chilometro di strada indagata; il costo di non farlo è il prossimo sprofondamento, con la probabilità non trascurabile che la prossima auto non sia vuota.
- Rilievo e digitalizzazione in GIS della rete delle acque bianche, con videoispezione dei collettori principali e verifica idraulica dei nodi critici. È il documento che oggi manca e senza il quale nessun progetto di adeguamento è finanziabile né difendibile.
- Rete di monitoraggio comunale: otto-dodici pluviometri a basso costo e sensori di livello sui sottopassi e sulle tombinature critiche, con soglie di allarme automatiche, integrazione del nowcasting radar del Dipartimento nazionale e collegamento con i canali di allerta alla popolazione. Investimento dell’ordine di 50-120 mila euro, cioè meno del danno di un singolo allagamento di piazza. È la misura che cambia in modo più radicale la capacità di reazione.
- Aggiornamento del Piano comunale di protezione civile con impostazione impact-based: procedure attivate non solo dal colore dell’allerta regionale ma anche da soglie pluviometriche locali misurate e dal nowcasting; reperibilità del personale e presidio dei punti critici anche in allerta gialla; idrovore e mezzi pre-posizionati; un’esercitazione entro l’inverno.
- Censimento di stabilità degli alberi (valutazione visiva strutturata) sui viali principali, dopo gli sradicamenti di sabato segnalati dalle cronache locali.
Priorità 3 — Entro centottanta giorni, con delibera di Consiglio
- Invarianza idraulica nel regolamento edilizio: obbligo di volumi di invaso e di limitazione della portata scaricata per ogni nuovo intervento e per le ristrutturazioni significative, divieto di nuove tombinature del reticolo residuo, obbligo di superfici drenanti nelle ripavimentazioni. È a costo zero per il bilancio comunale ed è l’unica misura che impedisce al problema di crescere ancora.
- Laminazione diffusa a costo marginale: progettare i piazzali scolastici, i parcheggi pubblici, le rotatorie e le aree verdi come invasi temporanei allagabili, e le ripavimentazioni già programmate come occasioni di de-impermeabilizzazione, con ripristino di cunette e trincee drenanti sulle strade in pendenza. Inserite nei contratti di manutenzione esistenti, queste opere hanno un costo incrementale minimo.
- Tavolo tecnico permanente con Genio civile regionale, Autorità di bacino, ANAS, RFI, gestore del servizio idrico e Libero Consorzio, con un unico responsabile del procedimento e un cronoprogramma pubblico. La frammentazione delle competenze sul reticolo è, ad Agrigento come altrove, la prima causa di immobilismo.
Cosa non basta
Il sindaco Sodano ha seguito l’emergenza da New York, dove partecipava al summit sul clima, annunciando che si chiederanno fondi alla Regione; l’opposizione, con il consigliere Cirino, ha parlato di “cento giorni senza prevenzione”. Al di là della polemica, il punto tecnico è uno: la richiesta di fondi senza progetti non produce opere. Le risorse per il dissesto idrogeologico esistono, regionali e nazionali, e vengono assegnate a interventi con un livello di progettazione adeguato. Agrigento oggi non ha né il rilievo della propria rete di drenaggio, né la mappa dei punti critici, né uno studio idrologico-idraulico aggiornato: cioè non ha i documenti minimi per candidarsi. I punti 6 e 7 dell’elenco valgono, in prospettiva, più di qualunque annuncio.
Il secondo errore da evitare è il contrario del primo: attribuire tutto al cambiamento climatico. Il clima spiega l’intensità della pioggia. Non spiega le caditoie ostruite, l’assenza di una mappa della rete, la mancanza di un pluviometro comunale, la cavità sotto piazza Marconi né l’assenza dell’invarianza idraulica nel regolamento edilizio. Come mostra il grafico dei volumi, la differenza tra l’assetto agricolo di sessant’anni fa e quello di oggi vale, a parità di pioggia, quasi mezzo milione di metri cubi di acqua in superficie. Quella quota di responsabilità è interamente locale — e, proprio per questo, interamente aggredibile.
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Fonte: Report Sicilia
News Agrigento continua a seguire la vicenda e fornirà aggiornamenti in tempo reale.

