Da Favara ai derby con Maradona: Salvatore Vullo ripercorre il suo viaggio nel mondo del calcio. Ultime notizie da Agrigento e provincia: aggiornamenti in tempo reale su Sport.
Cosa sta succedendo
Il campione favarese si racconta al nostro giornale: “Il mio segreto? Io volevo soltanto giocare a calcio, ai soldi e alla fama non ho mai pensato. Non cambierei nulla della mia carriera, sono felice di quello che ho fatto. A chi dice che ero un cattivo rispondo sempre di guardare le statistiche dei cartellini. La marcatura su Maradona? Con Diego potevi soltanto temporeggiare, altrimenti rischiavi di fare brutta figura”.
Ci racconta i suoi primi passi nel mondo del calcio?
“Ho vinto il mio primo campionato nel 1971, a Favara, in Seconda Categoria. La squadra era sotto la guida di Filippo Lentini e fu un evento gigantesco per tutta la città. Poi ho fatto un anno ad Agrigento, dove ho giocato fra Allievi e Juniores, e da lì sono arrivato a Ribera. Più che una scelta fu quasi un obbligo, perché in quel periodo dovevo iscrivermi al Liceo Scientifico di Sciacca e viaggiavo tutti i giorni. Poi pian piano Ribera è diventata casa: lì ho passato due anni fantastici, la gente si è affezionata a me ed io a loro, e ancora oggi sono molto legato ai riberesi. Ho giocato subito, sia con la Juniores che con la Prima Squadra, che allora militava nel campionato di Promozione. E’ stata una tappa importantissima per me, anche perché allora i campionati erano abbastanza duri. Lì ho conosciuto anche Ennio Succi, un allenatore preparatissimo che arrivava da Livorno, che ha insegnato molto a me e ai miei compagni.”
Nel 1973 venne ingaggiato dal Palermo. Il suo sogno era diventato realtà?
“Ad essere sincero io non avevo in testa di arrivare chissà dove. Amavo il calcio e mi piaceva giocare, ma allora il mio obiettivo primario era quello di mantenermi negli studi, e il calcio lo vedevo come un mezzo, non come un fine. Nel 1973 ho approfittato del fatto che avessi finito la scuola e mi iscrissi all’Istituto Superiore di Educazione Fisica. Avendo già compiuto 18 anni, al Palermo non potevo far parte della Primavera ed ero quindi una riserva della Prima Squadra. I primi mesi sono stati duri, e anche se l’obiettivo principale per me era l’ISEF, onestamente ero un po’ amareggiato per il fatto che la Prima Squadra non mi considerasse così tanto.”
Quando ci fu la svolta?

“A metà campionato del 1973-74. Ci furono molti infortuni, e l’allora allenatore del Palermo, Corrado Viciani, venne a vedermi nella partita della Seconda Squadra, nel vecchio Campionato De Martino, ovvero il campionato delle riserve, insieme al Presidente Renzo Barbera. Alla fine della partita, Viciani e Barbera mi comunicarono la decisione di convocarmi in Prima Squadra. Da quel momento in poi il mister mi tenne in grande considerazione e giocai quasi tutte le gare.”
La prima presenza in assoluto con la maglia rosanero arrivò il 13 gennaio 1974, in Coppa Italia, contro l’ottimo Cesena di Eugenio Bersellini…
“In quella partita marcai Otello Catania, un’ala simile per caratteristiche a Franco Causio. Viciani mi fece giocare da titolare per fare rifiatare i miei compagni che avevano giocato la domenica precedente a Catanzaro, in campionato. Di quella partita ricordo con orgoglio la dichiarazione che il mister fece ai giornalisti nei miei confronti al termine della gara: “Finalmente un giocatore olandese in Italia”. Giocai molto bene pur avendo un cliente scomodo come Catania, un giocatore favoloso, molto bravo tecnicamente. Mi ricordo anche le fotografie che mi ritraevano in contrasto con lui pubblicate sul Giornale di Sicilia.”
Al termine di quella stagione ebbe anche l’opportunità di giocare la prima finale di Coppa Italia della storia del Palermo, contro il Bologna, allo Stadio Olimpico di Roma. Ci racconta questa partita speciale?
“Entrai nel secondo tempo, al posto di Ballabio, quando stavamo vincendo per 1-0. Facemmo una grandissima finale e per quello che si era visto in campo dovevamo stravincere, anche perché in quel momento della stagione eravamo nettamente superiori, dal punto di vista fisico, rispetto al Bologna, che però dal punto di vista tecnico era una delle squadre più forti della Serie A. Tuttavia, sprecammo diverse occasioni da gol e l’arbitro si inventò un rigore a tempo scaduto. Savoldi lo trasformò al secondo tentativo, dopo aver sbagliato il primo penalty. La partita andò quindi ai supplementari e poi ai rigori, dove io sbagliai il quarto, calciandolo fuori. Facemmo una grande finale ma probabilmente una squadra di Serie B in Coppa delle Coppe non avrebbe fatto piacere alla Federazione. Al termine dei tiri di rigore, i giocatori del Bologna si scusarono con noi: avevano capito anche loro che le decisioni dell’arbitro ci avevano penalizzato.”
Che rapporto aveva con Renzo Barbera?
“Il rapporto con Renzo Barbera è stato sempre eccellente. Era uno dei pochi presidenti di allora che credeva nei giovani, tant’è vero che io sono stato uno dei primi ragazzi a debuttare e ad essere titolare nel Palermo. Era molto paterno, una persona straordinaria. Amava la sua città ed era un appassionato dei colori rosanero. E voleva bene ai suoi giocatori: non dico che ci trattasse come dei figli, ma quasi.”
Nel 1978 venne acquistato dal Torino, una delle migliori squadre della Serie A dell’epoca: Campione d’Italia nel 1976 e secondo in classifica nel 1977. Com’è stato l’impatto con un club così importante?

“Il Toro aveva uno squadrone. Dobbiamo considerare che sei giocatori di quella rosa- Pecci, Zaccarelli, Claudio e Patrizio Sala, Pulici e Graziani- avevano partecipato al Campionato del Mondo del 1978, concluso dall’Italia al terzo posto. Una rosa di giocatori straordinari, che veniva da un quarto posto dell’anno precedente e con un allenatore, Gigi Radice, che era considerato insieme a Trapattoni il miglior tecnico del campionato. Mi acquistarono per fare il terzino sinistro di ruolo e io capii fin da subito, quando arrivai in ritiro, che avrei dovuto dare il massimo per giocare in quella squadra di campioni. Così affrontai la preparazione con grande impegno: ero sempre in testa al gruppo, volevo impormi in una grande squadra.”
Il Torino è un club speciale, segnato purtroppo dalla Tragedia di Superga e dalla triste vicenda di Gigi Meroni. Ci può dire cosa significa giocare per il Toro?
“Ad essere sincero, prima di andare a Torino conoscevo soltanto sommariamente la storia del club. Ma quando sono arrivato in città mi sono accorto in poco tempo del legame viscerale dei tifosi del Toro con la propria squadra. Il popolo granata non aveva dimenticato il suo passato: la gente parlava ancora di Valentino Mazzola, Ezio Loik, Valerio Bacigalupo e degli altri giocatori del Grande Torino. Anche Gigi Meroni era ancora nella mente dei tifosi torinisti. Erano ancora vivi nel cuore della gente. Come se non fossero mai andati via.”
Ricorda la sua prima presenza in assoluto con la maglia del Torino?
“Certo, come potrei dimenticarmela. Fu un Verona-Torino di Coppa Italia, al Bentegodi. Durante la preparazione, come ti ho già detto, io ero sempre in testa al gruppo e per questo motivo i tecnici dello staff di Radice mi presero in considerazione per le amichevoli estive. In quel periodo, i giocatori che avevano preso parte al Mondiale in Argentina iniziarono la preparazione in ritardo, e avevano quindi bisogno di recuperare le forze. Renato Zaccarelli era uno di questi, e quando cominciarono le partite ufficiali di Coppa Italia, poiché non stava benissimo, Radice lo tenne un po’ in disparte per evitare che si facesse male. Il mister mi chiese quindi se me la sentissi di giocare al posto di Renato, con la sua maglia numero 10 in mezzo al campo. Il Toro vinse e io feci una grandissima partita, servendo anche un assist a Paolino Pulici. Fu il mio trampolino di lancio.”

Il 13 settembre 1978 disputò la sua prima partita in Coppa Uefa, contro lo Sporting Gjion. È una presenza speciale, perché fa di lei il primo giocatore nato in provincia di Agrigento a giocare nelle competizioni UEFA. Era a conoscenza di questo primato?
“In realtà non ci avevo mai fatto caso, ma mi fa piacere essere il detentore di questo particolare record. Mi ricordo però che allora c’era un giornalino francese intitolato “Bravo Europeo”, che in occasione delle mie prime partite in Coppa Uefa mi inserì nelle graduatorie relative ai migliori giovani europei di quel periodo. Non avevo ancora compiuto 25 anni. Fu una bella soddisfazione.”
L’1 ottobre 1978 arriva il suo esordio in Serie A in Torino-Fiorentina. Che cosa ha provato?
“E’ stata una grandissima emozione: stavo vivendo quello che tutti i bambini sognano. Quel giorno al Comunale c’erano circa 55 mila persone. Quando siamo scesi in campo passammo vicino alla statua del toro, proprio all’uscita dello spogliatoio, ed uscimmo dalla Maratona: non so quanti fiori granata sono caduti giù. Fortunatamente la partita andò benissimo, quantomeno per me, anche se non andammo oltre il pari. Da quel momento ho giocato sempre, con un bottino di 29 presenze su 30 al primo anno di Serie A.”
In quella partita Radice ti diede il compito di marcare Giancarlo Antognoni. Come andò?
“Direi bene, visto che ho preso ottimi voti su tutti i giornali sportivi dell’epoca. Antognoni in quel periodo non stava benissimo, e si giustificò sostenendo che io lo avrei maltrattato durante la partita. Io non sono d’accordo, la mia marcatura fu senz’altro dura ma leale. Inoltre, lui era un titolare della Nazionale già da anni, mentre io soltanto un debuttante in Serie A, quindi non potevo abbassare la guardia. Ma nella partita di ritorno, quando giocammo a Firenze, il pubblico viola mi fischiò per tutta la gara, dal mio ingresso in campo fino al novantesimo. Giancarlo però era un bravissimo ragazzo, una persona perbene, e chiarì tutto, spiegando che non era affatto vero che lo avessi picchiato, ma che effettivamente si trattò di contrasti di gioco normali. Purtroppo però prima del chiarimento, per un girone intero, si parlò della mia marcatura su Antognoni (ride).”
Il 28 ottobre 1979, in Perugia-Torino 0-2, segnò il suo primo gol in Serie A. Si tratta di una rete storica, perché quella partita pone fine all’imbattibilità di 37 giornate della squadra umbra. Ci racconta quella giornata speciale per lei?

“Fu un gol abbastanza fortunoso, una palla in mezzo che ha finito per ingannare il portiere del Perugia Nello Malizia. Questa rete mi ha permesso di vincere un quadro che un pittore perugino aveva messo in palio a beneficio dell’autore del gol che avrebbe posto fine all’imbattibilità del Perugia. Il il dipinto è ancora a casa mia, e lo custodisco gelosamente perché mi ricorda un momento molto bello della mia carriera.”
Era più forte Pulici o Graziani?
“Non posso risponderti a questa domanda semplicemente perché erano completamente diversi, e per questo anche complementari. Ciccio era più furbo, un calcolatore che sapeva aggirare meglio l’avversario, mentre Paolino era un attaccante più prepotente, più esplosivo, che giocava di forza pur avendo anche lui molta qualità. L’uno era la fortuna dell’altro, e viceversa, e come se non bastasse, a supportarli avevano un certo Claudio Sala, che servì loro una quantità indecifrabile di assist.”
Nel corso della stagione 1978-79 venne convocato da Azeglio Vicini nella Nazionale Sperimentale, e il 23 febbraio, a Bologna, giocò da titolare un’amichevole contro l’Unione Sovietica. Come ha vissuto questa esperienza?

“Come un premio. Anche perché, ad essere sincero, in quel periodo nel mio ruolo c’erano troppi giocatori importanti: Antonio Cabrini, il titolare della Nazionale, ma anche Aldo Maldera e Sebino Nela. Era tutta gente che aveva fatto la trafila delle selezioni giovanili, e io ovviamente non potevo pretendere di scavalcarli tutti. Non mi aspettavo quindi di essere richiamato, visto che non c’era molto spazio in quel ruolo. La convocazione è stata quindi una ricompensa per quello che avevo dimostrato al Toro, un premio che penso di essermi meritato dal momento che in quel periodo ero sistematicamente considerato, sulla base delle graduatorie e dei voti che venivano stilati domenica per domenica, uno dei migliori terzini sinistri del campionato italiano.”
Qual è stato il segreto per raggiungere livelli così alti da calciatore?
“Io credo di essere riuscito a raggiungere certi traguardi perché pensavo soltanto a giocare a calcio. Non mi interessavano né i soldi, né la fama. Oggi ti dico che questa è stata la mia fortuna, anche se allora facevo tutto spontaneamente, forse anche non rendendomi conto che fosse quello il segreto. Anche quando militavo in Serie A e tornavo a Favara, io non mi vergognavo di giocare con nessuno, e accettavo gli inviti di chiunque venisse a chiamarmi a casa per andare a fare una partita. Ho partecipato a molti tornei estivi, anche a Ribera, e ridevo in faccia a chi mi consigliava di evitare per non rischiare infortuni: io ero arrivato in Serie A proprio perché amavo il calcio ed ero cresciuto col piacere e col gusto di stare in campo, toccare il pallone e fare i contrasti.”

Che ricordo ha di Gigi Radice?
“Se penso a Gigi mi viene in mente una parola: transfert. Voleva che la sua squadra dominasse il gioco, che facesse sempre un’azione in più degli avversari e che non si fermasse mai. Proprio per questo penso che se vedesse qualche partita di oggi, con tutti questi passaggi all’indietro, il mister impazzirebbe. Per lui la partita era andare sempre in avanti e quando io ed i miei compagni facevamo qualche passaggio all’indietro, che a seconda del momento ci poteva anche stare, si arrabbiava e ci diceva che la porta avversaria era dall’altra parte.”
E del Presidente Orfeo Pianelli?
“Pianelli era una persona straordinaria, innamorato del suo Toro. Quando mi sono trasferito al Torino mia moglie era incinta e mi ha raggiunto in un secondo momento. Quindi io ero quasi sempre nella sede di allora, un fantastico palazzo di Corso Vittorio in centro a Torino, e mangiavo spesso con il Presidente. Era di poche parole ma era un piacere trascorrere del tempo con lui.”
Nel 1980 Gigi Radice andò al Bologna e la portò con sé. Come è maturata la decisione di passare dal Torino, una delle favorite per il titolo, al Bologna, che in quella stagione doveva scontare una penalizzazione di 5 punti a causa dello scandalo scommesse della stagione precedente?

“Ad essere sincero io non volevo lasciare il Torino. E il Toro mi voleva tenere, tant’è vero che il mio posto da titolare non era in discussione. Fu Radice a chiamare il dottor Bonetto, l’allora Direttore Generale del Torino, dicendogli che aveva bisogno di me al Bologna. Il mister non mi impose il trasferimento, ma io lo raggiunsi in Emilia per riconoscenza: quell’uomo mi aveva dato tanto, lanciandomi da titolare in una squadra di campioni, e io sentivo di dovermi sdebitare con lui. Accettando l’offerta del Bologna, sapevo di rischiare tutto quello che di buono avevo fatto fino a quel momento. Ma non ho rimpianti, anche perché facemmo una stagione straordinaria: annullammo ben presto i cinque punti di penalizzazione, e finimmo la stagione al settimo posto con 29 punti, battendo a Torino sia i granata che la Juventus. In quella stagione debuttò anche Roberto Mancini.”
Dopo il Bologna, un’altra decisione rischiosa: accettare l’offerta della Sampdoria e scendere di categoria. Cosa la convinse a tornare in Serie B?
“Lasciai il Bologna a malincuore, ma non avevo altra scelta. La società aveva serie difficoltà economiche e si parlava addirittura di fallimento. In aggiunta, Radice lasciò i rossoblù al termine della stagione per accasarsi al Milan. Io ed i miei compagni avevamo rischiato la nostra carriera per fare qualcosa di importante con i rossoblù e di punto in bianco ci trovammo senza garanzie relative ai contratti futuri. Mi cercarono Atalanta e Fiorentina in Serie A, ma ricevetti una telefonata tanto strana quanto intrigante dai dirigenti della Sampdoria. Mi convinsero dicendomi che avevano intenzione di costruire una squadra che sarebbe diventata importante in pochi anni, cosa che poi effettivamente si è verificata. Scendere di categoria a 27 anni era un rischio ancora più grande di quello che avevo corso passando dal Torino al Bologna. Tuttavia, io ero assolutamente convinto della mia scelta. La Samp costruì uno squadrone per la Serie B, con giocatori importanti come Garritano, Scanziani, Patrizio Sala, Zanone e Galdiolo, e stravincemmo il campionato. Al contrario, il Bologna non riuscì a salvarsi e ad evitare la sua prima storica retrocessione in Serie B nonostante i nove gol segnati da Roberto Mancini.”
Che fosse una scelta giusta fu evidente l’anno dopo, quando la Sampdoria disputò il campionato di Serie A…

“Una grande stagione. La società mise a segno il colpo di mercato dell’anno, strappando Mancini proprio al Bologna. Dopo tre partite eravamo primi in classifica, battendo Juventus e Roma in casa ed Inter in trasferta. Il Presidente Paolo Mantovani era impazzito di gioia, e tutti noi del gruppo squadra eravamo felicissimi. Che avessi fatto la scelta giusta lo dice anche il futuro di quella squadra, che è cresciuta anno dopo anno, vincendo prima la Coppa Italia, poi la Coppa delle Coppe ed infine lo Scudetto, sfiorando una Coppa dei Campioni che sarebbe stata storica per i blucerchiati. Purtroppo, io ero già al di là con gli anni e ho fatto soltanto due anni alla Sampdoria.”
Anche perché l’allenatore Ulivieri le preferiva spesso Luca Pellegrini, soprattutto al secondo anno di A. Era il suo sostituto naturale?
“Luca era un grande giocatore, ma non poteva giocare al posto mio. Io ero un terzino sinistro, mentre Pellegrini rendeva meglio da terzino destro o da difensore centrale. Il tempo mi ha dato ragione, dato che Luca fu meritatamente convocato in Nazionale per fare il centrale di difesa.”
Ha giocato con Roberto Mancini sia al Bologna che alla Sampdoria. Si è accorto subito che sarebbe diventato un campione?
“Sì, io e Franco Colomba fummo subito colpiti da questo ragazzino marchigiano. Ma i rossoblù avevano anche un altro giovanissimo talento, Marco Macina, potenzialmente anche più forte di Roberto. Nonostante la giovane età erano due giocatori fantastici: Roberto più ragionatore, Marco fenomeno puro. Purtroppo Macina, pur approdando al Milan qualche anno dopo, non ha fatto una grande carriera, e ha smesso quasi subito. Per quanto riguarda Roberto, non c’è bisogno che ti dica io quello che ha fatto…”
E’ vero che gli vendette la sua prima auto?
“No, si tratta di una grande bufala. Io a Roberto non ho mai venduto nulla. Gli facevo semplicemente guidare la macchina di mia moglie, una Fiat 112 che avevo comprato quando ero al Torino, perché lui in quel periodo aveva il foglio rosa e mi rompeva le scatole per fare pratica. Ero e sono molto affezionato a Roberto, quindi cercavo di accontentarlo sempre. E’ cresciuto a casa mia: veniva spesso a pranzo da noi e faceva da fratello maggiore ai miei figli, giocando e scherzando con loro.”
Altra squadra, altro grande Presidente. Che ricordo ha di Paolo Mantovani?
“Anche lui un Presidente straordinario, fuori dal normale. Posso dirmi fortunato ad aver conosciuto gente come Barbera, Pianelli e Mantovani. Oggi difficilmente si trovano persone di questo calibro nel mondo del calcio. Ho un bel ricordo anche di sua figlia Francesca, che faceva le veci del Presidente quando per motivi di lavoro si trovava lontano da Genova. Era un bel gruppo quella Samp, una grande famiglia.”
Nel 1983 venne acquistato dall’Avellino, dove diventerà un idolo della tifoseria e tornerà da allenatore nel 2003 e nel 2011, vincendo anche un campionato di Serie C1. Si era rotto qualcosa alla Samp?

“In realtà, nel 1983 avevo sul piatto un rinnovo di contratto di 3 anni con la Sampdoria, ma Ulivieri spinse per il mio trasferimento. Mantovani mi chiamò spiegandomi la situazione, ma mi disse anche che avrebbe mantenuto la sua parola qualora avessi deciso di rimanere a Genova. Io mi trovavo molto bene alla Samp, ma capii subito che se fossi rimasto avrei fatto la riserva. Anche se venivo da una stagione piena di infortuni, con sole 7-8 partite da titolare, nella mia testa l’idea di fare panchina non era un’opzione percorribile, quindi decisi di andare ad Avellino per fare il titolare, all’interno di un’operazione di mercato che portò Marocchino alla Sampdoria. Oggi sono molto contento di quella scelta, e non porto nessun rancore a Ulivieri, con il quale siamo diventati grandi amici. Avellino è diventata una seconda casa e con i Lupi riuscimmo ad ottenere tre salvezze consecutive. Ho avuto modo di far parte di squadre forti e competitive, con molti giocatori che si sono messi in mostra, come ad esempio Angelo Colombo, Fernando De Napoli, Angelo Alessio, Luciano Favero e Bruno Limido.”
Nei tre anni dei Lupi in Serie A si tolse anche la soddisfazione di affrontare Diego Armando Maradona nei derby contro il Napoli. Nello 0-0 al San Paolo del 1984-85 fu addirittura lei a marcare il fenomeno argentino. Ma come si marca Maradona?
“La marcatura su Maradona fu un caso. Quel giorno io giocavo a sinistra su Bertoni e il compito di contenere il fuoriclasse argentino era stato affidato a Fernando De Napoli. Stavamo pareggiando 0-0 quando dopo 10 minuti il mister mi chiamò in panchina e mi disse di cambiare marcatura. De Napoli era ancora giovanissimo e si era procurato un cartellino giallo dopo aver commesso un paio di falli, così il mister aveva paura di rimanere in dieci contro undici. Io su Maradona ho temporeggiato, non gli ho mai fatto un’entrata. Anche perché sapevo che andare uno contro uno contro Diego sarebbe stato controproducente: lui era troppo furbo, ed essendo molto rapido gli bastava un tocco di palla per saltare il difensore che andava dritto su di lui. Quindi io arrivavo, mi bloccavo e lui passava la palla, e in questo modo feci la mia bella figura non picchiandolo mai. Potevo marcarlo solo con l’esperienza perché se avessi preteso di fermare Maradona o sarei stato espulso o avrei fatto la figura del pellegrino.”
Oltre a Maradona, fra gli altri fuoriclasse che ha affrontato in massima serie figurano Gianni Rivera, Zico, Falcao, Bruno Conti e Micheal Platini. Quanto le manca quel calcio?

“Io sono molto contento di quello che ho fatto nel calcio e questo mi permette di guardare indietro senza rimpianti. Certo, se penso al calcio di oggi è ovvio che mi manchi quel periodo, ma sono uno che preferisce guardare al futuro piuttosto che al passato.”
E il calcio di oggi? Ha dei lati positivi?
“I lati positivi sono soprattutto economici, visto che i calciatori di oggi, fortunatamente per loro, guadagnano molto più di noi. Lo dico senza invidia, anche perché se i club gli corrispondono questi ingaggi vuol dire che evidentemente se li meritano. Dal punto di vista tecnico, invece, abbiamo fatto molti passi indietro: ai ragazzi non si insegna più a saltare l’uomo e a creare superiorità numerica, ma si parla soltanto di tattica, di possesso palla e gestione del pallone. Le azioni da gioco prima erano più repentine e non appena arrivavi dall’altra parte del campo, i tuoi avversari ti riattaccavano subito, per poi difendersi da un’ulteriore ripartenza in caso di palla persa. Oggi prima di vedere qualcosa del genere devi aspettare gli ultimi minuti della gara, quando la squadra sotto nel punteggio è costretta a scoprirsi e ad aprire gli spazi. Una volta le squadre erano sempre lunghe e si correva tantissimo.”

E dal punto di vista fisico?
“Devo dire che oggi c’è molta più preparazione fisica, anche se si corre di meno. Noi prima ci allenavamo molto duramente, ma non abbiamo mai messo piede in una palestra. Al Toro facevamo le salite insieme agli alpini, che si mettevano davanti al gruppo squadra e ci portavano sui sentieri di Entreves e Chamonix. Quando tornavamo giù e ci guardavamo i polpacci, capivamo l’importanza di quel potenziamento. Anche Corrado Viciani fu un innovatore da questo punto di vista. Era un professore di educazione fisica e curava molto la preparazione. Al Palermo ci fece fare l’interval training, anche se allora non c’era ancora la capacità di interpretare gli scarichi e molti giocatori si facevano male.”
L’hanno fatta passare spesso per un giocatore che picchiava, ma lei era anche un terzino molto veloce e dai piedi buoni. Le ha dato fastidio questa etichetta di giocatore duro?
“No, perché io so che non era vero. Chi sosteneva che fossi cattivo probabilmente non guardava le statistiche, dato che ho preso pochissime giornate di squalifica nel corso della mia carriera. Al primo anno di Serie A al Torino, per esempio, ho giocato 29 partite su 30 e ho perso una sola gara per somma di ammonizioni. Purtroppo ero considerato un duro perché ero un giocatore di contrasto, che non si tirava mai indietro. Ma il mio era un contrasto vero, leale, finalizzato al recupero del pallone e alla ripartenza. Poi poteva capitare di toccare un avversario, ma questo è il gioco del calcio… Non ho mai colpito un avversario da dietro soltanto per il piacere di farlo. Quelli sono i veri cattivi, ed io non lo sono mai stato.”
C’è una partita della sua carriera che vorrebbe rigiocare?

“Si, vorrei rigiocare Torino-Stoccarda, partita di ritorno del primo turno di Coppa Uefa 1979-80: non ho ancora digerito questa eliminazione perché fu molto deludente. Vincemmo 2-1, ma avendo perso per 1-0 in Germania uscimmo dal torneo a causa della regola dei gol in trasferta. Stavamo vincendo 2-0 alla fine dei tempi supplementari e, proprio mentre tutto lo stadio era già pronto per festeggiare il passaggio del turno, prendemmo un gol assurdo a tempo quasi scaduto. Eppure la partita era iniziata benissimo, con una grandissima azione che mi vide protagonista: esco da terzino dalla mia metà campo, Pecci mi butta la palla in avanti, la prende un giocatore dello Stoccarda ma io lo attacco quasi al limite del fondo, gli strappo via dai piedi il pallone, lo dribblo e poi metto dentro un cross per il colpo di testa di Claudio Sala che batte il portiere tedesco. Venne giù lo stadio.”
Chi è il giocatore più forte con cui ha giocato?
“A me non piace molto fare dei nomi, anche perché ho avuto la fortuna di giocare con giocatori straordinari e rischio di dimenticare qualcuno. Ma se parliamo di talento puro posso fartene due: Claudio Sala e Roberto Mancini. Di Roberto ti ho già parlato ampiamente. Claudio era un fenomeno, giocava a destra ma usava spesso il mancino per ingannare gli avversari. Quando facevamo le partitelle d’allenamento al Filadelfia io volevo giocare sempre contro di lui, perché marcare uno come Claudio Sala mi aiutava a crescere e migliorare. E mi preparava anche alla domenica, quando poi avrei dovuto affrontare gente come Bruno Conti e Franco Causio.”
Ha citato un ex genoano, Bruno Conti, e un ex Juventus, Franco Causio. Che differenza c’era fra il derby di Genova e quello di Torino?
A Genova il derby è molto sentito, e mi ricordo che quando vinsi il campionato di Serie B con la Sampdoria, anche se il Genoa militava in Serie A lo sfottò fra tifoserie era all’ordine del giorno. Il derby della Lanterna si vive 365 giorni l’anno: se frequentavi un determinato negozio eri sampdoriano, mentre se ne preferivi un altro eri genoano. E lo stesso valeva per i bar e i ristoranti. A Torino non era così, potevi andare dappertutto. Il derby si sentiva, specialmente a ridosso del giorno della partita, ma non c’era una divisione netta come a Genova. Mi ricordo un locale che mi piaceva tanto che si chiamava “I due lampioni”, proprio perché i due proprietari, marito e moglie, tifavano uno per la Juventus e l’altra per i granata. Noi del Toro avevamo anche un buon rapporto con i giocatori juventini.”
Il calcio le ha dato tantissimo: 140 presenze in Serie A, 146 in Serie B, 58 in Coppa Italia, 4 in Coppa Uefa. Ma le ha tolto anche qualcosa? Quali sono i sacrifici più grandi che ha fatto per il calcio?
“I sacrifici sono altri. Il calcio era la mia vita: non mi ha tolto niente, mi ha sempre e solo dato. Non ho sofferto neanche la lontananza dalla famiglia, perché mia moglie ed i miei figli sono sempre stati con me. Ed io ho sempre rinunciato alle vacanze pur di tornare a Favara a trascorrere del tempo con familiari e amici. La mia vacanza era tornare in Sicilia e passare l’estate con le persone a me care.”
Quale pensa sia stato il momento decisivo per il decollo della sua carriera?
“Mi sono detto che ce l’avevo fatta quando Viciani rilasciò alla stampa dichiarazioni al miele nei miei confronti e mi considerò un giocatore importante del Palermo. Lì ho pensato non di essere arrivato, ma di essere in partenza. Cominciai a capire che avrei potuto avere un futuro nel mondo del calcio e da quel momento in poi mi sono concentrato sulla mia carriera, rallentando un po’ all’università: il calcio era diventato un impegno molto serio e dovevo stare sempre sul pezzo, perché appena ti rilassi c’è sempre qualcuno che ti passa avanti.”
Nel corso dei suoi 40 anni di calcio, sia da giocatore che da allenatore, ha incontrato tantissima gente. Chi sono i fratelli calcistici di Salvatore Vullo?

“Sono quelli con cui ho iniziato questo fantastico viaggio. Penso a Pasquale Borsellino, con cui ho condiviso gli anni di Ribera e Palermo, Ciccio Ingrande, Tano Longo, Paolo Chirco e a tanti altri compagni di squadra che hanno cominciato da zero insieme a me. A Palermo vivevo con i ragazzi della Primavera, pur non facendo parte della squadra, visto che a differenza loro avevo già compiuto 18 anni. Eppure, passavo più tempo con loro piuttosto che con la Prima Squadra: li accompagnavo a scuola con la mia 500, e quando al secondo anno presi un piccolo appartamento, venivano a mangiare tutti a casa mia. Ovviamente, sono legato anche a tutti gli altri miei compagni di squadra da un rapporto di amicizia e stima professionale, ma i punti di riferimento sono coloro che hanno iniziato insieme a me. E non posso non citarti anche Valerio Majo e Nino Trapani, che sono stati testimoni alle mie nozze.”
Nel 1987 tornò a Favara per disputare l’Interregionale. Ci parla della sua ultima stagione da calciatore?
“Io avevo deciso di smettere per fare l’allenatore, e quando iniziò il campionato mi trovavo in vacanza al mare, ovviamente senza allenamenti alle spalle né preparazione. I dirigenti della Pro Favara mi vennero a cercare e mi chiesero se fossi disponibile a dare una mano alla squadra che era molto giovane. L’allenatore era Vittorio Schifilliti, una bravissima persona. Credo che all’inizio non fosse tanto contento di avermi a disposizione dato che non mi ero allenato per tutta l’estate. Tuttavia, ho sposato la causa con entusiasmo e mi sono messo a disposizione del mister e della squadra. Alla prima giornata giocammo contro l’Acireale e Schifilliti mi mise in panchina, forse pensando che mi sarei rifiutato, ma non lo feci ed accettai la decisione: i ragazzi più giovani mi guardavano sbigottiti e a me scappava da ridere. Nel secondo tempo, l’allenatore mi fece entrare e la squadra cambiò faccia. Non perché ero bravo io, ma perché il mio ingresso in campo li aveva galvanizzati. La squadra era molto giovane ma forte, ed i ragazzi mi volevano bene e avevano tanta voglia di imparare. Fu una bellissima stagione, mi sono divertito davvero tanto.”
Appesi gli scarpini al chiodo iniziò la carriera da allenatore e nel 2002-03, alla guida del suo Avellino, vinse il campionato di Serie C1. Quando ripensa a quella stagione è più soddisfatto per l’impresa che ha portato a termine o amareggiato perché non ha avuto la possibilità di guidare la squadra in Serie B?

“Sicuramente io mi ero meritato sul campo il diritto di disputare il campionato di Serie B con i miei ragazzi. Ma nonostante la società abbia fatto altre scelte, quella vittoria è un orgoglio che nessuno potrà mai togliermi. Quando sono arrivato ad Avellino, la dirigenza mise come obiettivo la salvezza. Ma io non mi accontentai, e al momento della firma del contratto chiesi loro di inserire dei bonus in caso di play-off e promozione diretta: qualcuno ha sorriso, ma mettemmo tutto nero su bianco. Nel pre-campionato giornalisti e addetti ai lavori ci inserirono nel gruppo di squadre che avrebbero lottato per non retrocedere, e il Pescara era per tutti l’undici che avrebbe stravinto il campionato. Fatto sta che in quella stagione infilammo 15 risultati utili consecutivi, e nel girone di ritorno vincemmo tutti gli scontri diretti, compresa la trasferta di Pescara. Arrivammo all’ultima giornata a +3 sui biancazzurri, ma con il calendario sfavorevole: Crotone in trasferta noi, Vis Pesaro in casa loro. Vinse il Pescara, ma vincemmo anche noi a Crotone, sostenuti da 15mila avellinesi: un pomeriggio che porto nel cuore ancora oggi.”
Allenare è una questione di famiglia, visto che suo figlio Matteo, che allena il Sant’Angelo in Serie D, ha scelto lo stesso mestiere. Condividete la stessa visione di calcio o avete idee di calcio differenti?
“Ad essere sincero, Matteo non parla molto con me di tattica. E’ molto indipendente da questo punto di vista e tiene il suo lavoro abbastanza lontano dall’oggetto delle nostre conversazioni. Non sono però sorpreso che abbia deciso di fare l’allenatore: ha masticato calcio fin da bambino e quando io ho iniziato a fare i miei primi campionati da allenatore, lui a 9-10 anni seguiva le mie partite e scriveva già di calcio. Più di una volta i suoi professori mi hanno raccontato di alcuni suoi temi calcistici (ride).”
Il suo ex compagno Carlo Osti oggi è il Direttore Sportivo del Palermo. Come giudica il suo lavoro?
“Carlo è un ds esperto e ha fatto un ottimo lavoro con i rosanero. Il Palermo ha una squadra forte per la categoria e un allenatore che ha già vinto il campionato di Serie B. Ci sono quindi tutti i presupposti per poter ottenere la promozione in Serie A.”
Ci dà un suo parere sulle situazioni attuali di Sampdoria, Avellino, Bologna e Torino?
“Il Bologna è diventato una bella realtà, con il nostro Vincenzo Italiano che sta facendo benissimo ed è uno dei pochi allenatori che ha fatto una proposta di calcio diversa dalla maggioranza. Nel Torino, purtroppo, non vedo comunione di intenti tra società e tifoseria, ed è un peccato visto che allora eravamo un’unica famiglia granata. Vedere un club come il Toro giocare per la salvezza è una tristezza immensa e capisco anche che tutto ciò non vada bene ad una tifoseria che ha vissuto calcio di altissimo livello. Lo stesso vale per la Samp: trovarsi in questa situazione dopo aver vissuto grandi momenti di gloria non è facile. Purtroppo lì entrano in gioco dei fattori a livello mentale, anche perché la rosa blucerchiata non è sicuramente da ultimi posti in serie B. L’Avellino, invece, si è rialzato con Ballardini, ma l’esonero di Raffaele Biancolino poteva essere evitato. Raffaele ha fatto la storia con i Lupi, vincendo con me il primo dei suoi due campionati di Serie C1, ed è un peccato che abbia concluso così presto la sua avventura dopo la promozione in B dell’anno scorso.”
Continuando con le sue ex squadre, pensa che il Castrum Favara possa salvarsi quest’anno?
“Dopo il ritorno di Pietro Infantino i gialloblù hanno vinto alcune partite. Ci sono molte squadre in lotta e la situazione rimane delicata, ma secondo me è una squadra che ha tutte le carte in regola per salvarsi.”
Se potesse tornare indietro che consiglio darebbe al giovane Salvatore Vullo che sta per iniziare il suo viaggio nel mondo del calcio?
“Probabilmente gli direi di essere un po’ più diplomatico. Anche se sono molto contento di quello che ho fatto, ammetto di non avere avuto molta diplomazia sotto alcuni punti di vista. Ad esempio, non sono mai stato molto propenso a far parlare gli altri per me, ma ho sempre perorato le mie cause da solo nei colloqui con la società. Il mio carattere non mi permetteva di avere un procuratore e questo mi ha penalizzato parecchio, soprattutto quando ho deciso di intraprendere la carriera da allenatore. Sono sempre stato fedele alle mie idee e le ho portate avanti, non fermandomi davanti a nulla.”
Gli direbbe di togliersi i baffi?
“No, mai. Ti racconto un aneddoto che risale al 1978, quando il Palermo mi cedette al Torino. Mi trovavo a Favara, a casa di mia madre, e mi arrivò la telefonata del dottor Bonetto che mi informava dell’accordo con il Palermo. Mi disse che avrei dovuto presentarmi al ritiro granata con i capelli corti e senza baffi. Contrariamente a quanto mi aveva detto Bonetto, andai in ritiro con i capelli lunghi e la barba e non curata. Quando il direttore mi chiese spiegazioni io gli risposi che avrei dovuto partecipare alla Festa di San Giuseppe a Favara- che si sarebbe tenuta a settembre- e chiesi quattro giorni di permesso. Era ovviamente una bugia, detta però a fin di bene: non mi sarei mai separato dai miei baffi (ride).”
L’articolo Da Favara ai derby con Maradona: Salvatore Vullo ripercorre il suo viaggio nel mondo del calcio proviene da Sicilia ON Press.
Fonte: Sicilia On Press
News Agrigento continua a seguire la vicenda e fornirà aggiornamenti in tempo reale.

