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Don Davide Burgio: «L’Eucaristia ci invita a combattere illegalità e degrado»

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Favara, l’omelia del Corpus Domini di don Davide Burgio: «Basta con l’illegalità e il degrado, l’Eucaristia ci chiede di spezzare i legami nocivi»

FAVARA –Un richiamo forte alla coerenza, un invito a scuotere le coscienze e una radiografia lucida delle ferite sociali che colpiscono la città e il territorio.

L’omelia pronunciata da don Davide Burgio nella Chiesa Madre di Favara, gremita di migliaia di fedeli in occasione della solennità del Corpus Domini,  ha tracciato una linea netta tra il semplice rito devozionale e l’impegno civile e cristiano, trasformando la celebrazione in un manifesto di rinascita collettiva.
Prendendo le mosse dalla storia della solennità, istituita nel 1264 da Urbano IV con la bolla Transiturus de Hoc Mundo, il sacerdote ha subito sgombrato il campo dall’abitudine: «L’Eucaristia non è una consuetudine settimanale, ma una reale dichiarazione d’amore e un atto di fede». Un mistero che, ha sottolineato don Davide citando Sant’Agostino, mira a edificare una Civitas Dei che non si fonda sugli algoritmi delle intelligenze artificiali, ma sulla Parola incarnata di Gesù.

Il coraggio di «spezzare»: il richiamo alla legalità e all’ambiente

Il cuore della riflessione si è concentrato sui due verbi che sostengono il memoriale eucaristico: spezzare e dare. Ed è sul verbo “spezzare” che il parroco ha rivolto parole taglienti alla comunità favarese, legando il Sacramento alla vita quotidiana della città.
«Saremo popolo Eucaristico quando spezzeremo per sempre quei lacci che ci ancorano alla logica della prepotenza, facendo una scelta vera di legalità», ha ammonito il sacerdote.

Don Davide non ha risparmiato critiche a una certa “facciata” sociale e digitale: «Serve a poco riempire le nostre bacheche social di belle frasi negli anniversari delle stragi, quando alle celebrazioni della giornata della legalità siamo pochissimi e guardiamo da lontano».
Il richiamo alla responsabilità ha toccato anche il tema del decoro urbano e del rispetto del territorio, fotografando una piaga purtroppo visibile: «Fino a quando riempiremo la nostra bellissima città di sporcizia e di sacchetti di spazzatura sparsi ai bordi delle strade, saremo custodi solamente del nostro modo malsano di vivere».

Dal «dare» al «darsi»: la denuncia della crisi sociale e sanitaria
Passando al secondo verbo, “dare” — declinato nella forma riflessiva del “darsi” come espressione del sacerdozio battesimale — l’omelia ha toccato le corde della sofferenza cittadina, citando la recente enciclica papale Magnifica Humanitas di Leone XIV. Don Davide ha invitato a sconfiggere quella “sindrome di Babele” che sta disumanizzando le comunità, traducendola nella desolazione concreta che attraversa molte famiglie di Favara.
Il sacerdote ha elencato con precisione i drammi del territorio: dalle piaghe delle dipendenze patologiche (droga, alcol, ludopatia) alle umiliazioni del carovita, fino al dramma dei malati oncologici costretti a scontrarsi con un sistema sanitario carente: «Curarsi diventa sempre più un privilegio per pochi, ostaggio di una classe politica e dirigente che sta impoverendo, assieme all’economia, la reputazione e l’autostima della nostra povera terra».

La sfida di domani: le «processioni esistenziali»
Davanti a una Chiesa Madre gremita, don Davide ha chiarito quale sia il vero ruolo dei credenti e della Chiesa in questo contesto: «Noi non dobbiamo sostituirci alle istituzioni. La Chiesa non ha bisogno di influencer, ma di pastori. A noi è chiesto di essere portatori di speranza».
Un invito a non subire passivamente gli eventi, ma ad affrontarli con la forza del Battesimo, soprattutto all’indomani della conclusione del Giubileo. L’appello finale è un mandato per i giorni a venire, quando i canti della processione lasceranno il posto alla realtà:
«Tra poco usciremo per le strade cantando e pregando, ma la vera sfida inizia domani, quando saremo chiamati a percorrere quelle processioni esistenziali dove il canto è sostituito dal pianto e le belle parole dei libretti digitali dai racconti disperati di chi non riesce più ad andare avanti. È lì che dobbiamo tirar fuori la nostra veste battesimale, spezzarci e donarci e cantare che in questa stanza buia, solo Tu Signore, sei la cura per me»

 

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Fonte: Sicilia On Press

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