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Punta Bianca, ecco a cosa servono in Sicilia le riserve: Agrigento poteva pensare a gestirla, invece arriverà un gestore esterno

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Punta Bianca, ecco a cosa servono in Sicilia le riserve: Agrigento poteva pensare a gestirla, invece arriverà un gestore esterno. Ultime notizie da Agrigento e provincia: aggiornamenti in tempo reale su Politica.

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AGRIGENTO – “Ecco a cosa servono in Sicilia le riserve”.

Adesso la provocazione assume un significato ancora più preciso.

Perché mentre la Regione Siciliana si prepara ad affidare la gestione della futura Riserva naturale orientata “Punta Bianca, Monte Grande e Scoglio Patella”, mettendo sul tavolo oltre 225 mila euro di risorse pubbliche, emerge una domanda che ad Agrigento probabilmente nessuno si è posto:

perché uno dei patrimoni naturalistici più importanti della città deve necessariamente finire nella gestione di un soggetto esterno?

E soprattutto: perché Agrigento non dovrebbe essere capace di gestire Agrigento?

La domanda non è campata in aria.

La normativa siciliana sulle riserve naturali dice infatti qualcosa di estremamente interessante: tra i soggetti ai quali può essere affidata la gestione di una riserva ci sono anche i Comuni.

E allora il discorso cambia completamente.

La legge prevede anche i Comuni. Ma per Punta Bianca il Comune resta fuori

L’articolo 20 della legge regionale siciliana n. 98 del 6 maggio 1981 stabilisce che la gestione delle riserve naturali può essere affidata alle Province regionali, all’Azienda regionale delle Foreste demaniali, alle associazioni naturalistiche, alle università e ai Comuni.

Dunque una gestione pubblica locale delle riserve non è un’invenzione.

È contemplata dalla legge.

Eppure nella selezione predisposta per Punta Bianca la partecipazione, secondo quanto emerge dall’avviso, viene riservata alle associazioni ambientaliste ETS riconosciute e iscritte al Runts e alle università pubbliche con le caratteristiche indicate.

Il Comune di Agrigento, quindi, non può semplicemente presentarsi domani a questa selezione attraverso una propria società e concorrere, perché questa specifica procedura non lo prevede.

Ed è proprio qui che nasce la questione politica.

Perché si è arrivati a questo punto senza che Agrigento costruisse una propria capacità di gestione?

E perché, tra le possibilità contemplate dalla normativa regionale, per Punta Bianca si è scelta una strada che oggi conduce verso associazioni ambientaliste o strutture universitarie?

225 mila euro per gestire ciò che è anche nostro

La futura riserva avrà un’estensione complessiva di 437,11 ettari, tra Agrigento e Palma di Montechiaro. Resta esclusa l’area del poligono di Drasi, ancora nella disponibilità dell’Esercito.

L’affidamento durerà fino al 31 dicembre 2029.

Per sostenere la gestione sono disponibili 225.145 euro, con risorse destinate al personale e ulteriori somme per mezzi, manutenzione, vigilanza, prevenzione degli incendi, monitoraggio scientifico e divulgazione.

E allora torniamo alla nostra battuta:

chi si farà i baffi con Punta Bianca?

Non stiamo dicendo che quelle somme rappresentino un guadagno personale del futuro gestore.

Stiamo dicendo una cosa molto diversa e molto più seria.

La Regione mette soldi pubblici.

Il territorio è pubblico.

La riserva ricade anche nel Comune di Agrigento.

Il cittadino finanzia il sistema attraverso la fiscalità generale.

E alla fine la gestione viene affidata all’esterno mentre il Comune resta spettatore.

E non finisce qui.

Perché secondo quanto riportato sulla procedura, una volta affidata la riserva sarà previsto anche il biglietto di accesso.

Soldi pubblici al gestore e biglietto al cittadino

Ecco il cortocircuito.

Paghiamo per finanziare la gestione.

Affidiamo il nostro territorio a un soggetto gestore.

E poi potremmo essere chiamati a pagare nuovamente per entrarci.

Naturalmente i biglietti nelle riserve naturali non sono un’invenzione agrigentina.

La normativa regionale ne contempla gli introiti e in Sicilia esistono già riserve nelle quali l’accesso è a pagamento.

Ma il problema politico rimane.

Perché quei servizi non potrebbe organizzarli direttamente il territorio?

Perché eventuali entrate derivanti dalla fruizione turistica di Punta Bianca non potrebbero contribuire a creare servizi, occupazione e ricchezza pubblica ad Agrigento?

Perché dobbiamo sempre pensare che per amministrare qualcosa serva qualcun altro?

Ed è qui che ritorna “Patrimonio Agrigento”

Qualcuno potrà dire che si tratta di un ragionamento fatto oggi, davanti alla notizia dell’affidamento.

No.

Perché durante la campagna elettorale per le amministrative del 2026 Giuseppe Di Rosa aveva inserito nel proprio programma proprio la creazione di una società di servizi pubblica denominata “Patrimonio Agrigento”.

Il principio era semplice:

basta esternalizzare sistematicamente ciò che il Comune può organizzarsi per gestire direttamente.

Patrimonio, parcheggi, cimiteri, servizi e valorizzazione dei beni comunali avrebbero dovuto diventare parte di un sistema capace non soltanto di amministrare, ma anche di produrre entrate da reinvestire nella città e creare occupazione attraverso procedure pubbliche e trasparenti.

Quella proposta fu presentata agli agrigentini durante la campagna elettorale.

Oggi Punta Bianca dimostra quale fosse la filosofia che stava dietro quel progetto.

Non significa che “Patrimonio Agrigento”, se fosse già esistita, avrebbe automaticamente potuto partecipare all’attuale selezione regionale: non è così, perché i soggetti ammessi da questa specifica procedura sono altri.

Significa però qualcosa di politicamente molto più importante:

Agrigento avrebbe potuto cominciare a dotarsi degli strumenti necessari per smettere di essere soltanto il luogo nel quale gli altri vengono a gestire servizi e patrimonio.

Una società pubblica per fare restare ad Agrigento lavoro e risorse

Immaginiamo per un momento un modello diverso.

Una società pubblica comunale efficiente.

Personale selezionato con procedure trasparenti.

Servizi di manutenzione.

Gestione del patrimonio.

Servizi turistici.

Parcheggi.

Aree pubbliche.

Vigilanza e supporto ambientale nei limiti delle competenze previste dalla legge.

Promozione e valorizzazione dei beni.

E una struttura amministrativa capace di dialogare con Regione, Università e organismi scientifici per candidare Agrigento alla gestione e alla valorizzazione del proprio territorio.

In quel caso i soldi pubblici destinati alla gestione avrebbero potuto significare anche lavoro sul territorio.

Gli eventuali ricavi dei servizi sarebbero potuti diventare risorse da reinvestire.

Punta Bianca avrebbe potuto rappresentare non soltanto un vincolo, ma una straordinaria opportunità economica, turistica e occupazionale per la città.

Era questo il principio di “Patrimonio Agrigento”:

il patrimonio pubblico non deve essere soltanto una spesa. Se amministrato correttamente può produrre servizi, occupazione e ricchezza pubblica.

Invece continuiamo ad affidare

E invece Agrigento continua troppo spesso a ragionare allo stesso modo.

C’è qualcosa da gestire?

Si cerca chi possa gestirla.

C’è un servizio?

Si esternalizza.

C’è un patrimonio?

Si pensa alla concessione.

C’è un’attività che potrebbe produrre entrate?

Qualcun altro dovrà occuparsene.

E poi ci lamentiamo perché il Comune non ha soldi.

La questione Punta Bianca diventa allora molto più grande della stessa Punta Bianca.

È una questione di modello di città.

Vogliamo un Comune che amministri oppure un Comune che affidi?

Vogliamo costruire competenze pubbliche oppure continuare a comprare competenze all’esterno?

Vogliamo che il patrimonio produca ricchezza per la collettività oppure limitarci a scegliere a chi consegnarne la gestione?

E chi partirà avvantaggiato nella gara?

C’è poi un altro particolare che merita attenzione.

La selezione regionale attribuirà punteggio non soltanto sulla qualità del progetto e sull’esperienza nella gestione delle aree naturali, ma anche per l’attività di tutela già svolta specificamente nel sito di Punta Bianca e Monte Grande.

E allora chiediamolo prima.

Quali associazioni possiedono questo requisito?

Chi ha operato negli anni a Punta Bianca?

Quale peso avrà questo elemento nella graduatoria?

Chi parte con un vantaggio?

Perché le associazioni ambientaliste che da decenni si occupano di Punta Bianca sono note.

Legambiente, per esempio, rivendicava già nel 2022 le proprie battaglie per Monte Grande e la partecipazione alle procedure che portarono all’inserimento della riserva nel Piano regionale.

Non significa affatto che sarà Legambiente ad aggiudicarsi la gestione.

E sarebbe scorretto sostenerlo oggi.

Ma significa che Report Sicilia seguirà con grande attenzione chi presenterà domanda, quali punteggi saranno attribuiti e chi alla fine otterrà la gestione.

Ecco a cosa servono in Sicilia le riserve

Ed eccoci alla provocazione.

“Ecco a cosa servono in Sicilia le riserve”.

Servono a tutelare la natura, certamente.

Ed è una funzione fondamentale.

Ma dietro una riserva esistono anche gestioni, finanziamenti pubblici, personale, mezzi, servizi, biglietti, regolamenti e opportunità economiche.

Tutto legittimo.

Ed è proprio perché è tutto legittimo che vogliamo sapere tutto.

Chi prenderà Punta Bianca?

Con quali punteggi?

Con quali risorse?

Quanto costerà il biglietto?

Quanto si incasserà?

Come saranno utilizzate quelle entrate?

Quanti lavoratori saranno impiegati?

E soprattutto: perché Agrigento deve rassegnarsi ad assistere dalla finestra alla gestione di Punta Bianca?

La domanda che la città dovrebbe porsi è un’altra: perché non noi?

Questa è forse la vera occasione per riprendere un dibattito interrotto con le elezioni.

“Patrimonio Agrigento” era stata pensata da Giuseppe Di Rosa proprio partendo da questo principio:

Agrigento deve tornare a gestire Agrigento.

Non per creare carrozzoni.

Non per distribuire posti.

Ma per costruire una struttura pubblica sottoposta al controllo dell’amministrazione, con bilanci, obiettivi, risultati e selezioni trasparenti, capace di trasformare il patrimonio della città da costo a risorsa.

Oggi quella società non esiste.

E l’attuale selezione per Punta Bianca segue regole che non consentono di improvvisarla domani mattina per partecipare.

Ma Punta Bianca dimostra quanto quella discussione fosse tutt’altro che teorica.

Perché mentre noi discutiamo, qualcun altro si prepara a gestire.

E mentre il territorio mette a disposizione uno dei suoi gioielli più preziosi, la Regione mette a disposizione le risorse per amministrarlo.

Poi arriverà il gestore.

E arriverà il biglietto.

Agli agrigentini potrebbe rimanere il privilegio di poter dire:

Punta Bianca è nostra. Però per gestirla abbiamo chiamato altri. E per entrarci, magari, dovremo pure pagare.

Forse il problema non sono soltanto le riserve.

Forse il problema è una città che non ha ancora imparato a trasformare il proprio immenso patrimonio in lavoro, servizi e ricchezza per i propri cittadini.

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Fonte: Report Sicilia

News Agrigento continua a seguire la vicenda e fornirà aggiornamenti in tempo reale.

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