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Sicilia fanalino di coda nei livelli essenziali di assistenza: Agrigento in difficoltà

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Sicilia fanalino di coda nei livelli essenziali di assistenza: Agrigento in difficoltà. Ultime notizie da Agrigento e provincia: aggiornamenti in tempo reale su Attualità.

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L’indagine conoscitiva sull’attuazione dei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) e sull’erogazione delle prestazioni sanitarie, discussa in commissione Affari sociali della Camera dei Deputati e arricchita dai recenti e allarmanti dati forniti dalla Svimez (Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno), descrive senza mezzi termini una realtà drammatica e ineludibile: l’Italia è oggi “un Paese, due cure”.

L’analisi dei dati restituisce l’immagine di un Settentrione in cui le Regioni sfiorano il 100% degli obiettivi minimi prefissati dai LEA, con una capacità di risposta clinica e preventiva di altissimo profilo. Di contro, le Regioni del Sud, con la Sicilia drammaticamente relegata all’ultima posizione in graduatoria, sprofondano ben al di sotto della soglia minima di sufficienza, fissata a quota 60%. la Sicilia risulta tra le realtà più colpite, relegata in fondo alla graduatoria e con un’area della prevenzione ferma a un punteggio drammatico: 48.

Il numero non è astratto. Significa visite che arrivano tardi, diagnosi rimandate, screening oncologici insufficienti. Secondo il dossier, la copertura dello screening mammografico in Sicilia si ferma al 52% nel pubblico, mentre il privato accreditato aggiunge appena il 13,5%. Quando la prevenzione non raggiunge la popolazione, il tumore viene spesso scoperto in fase più avanzata. Il risultato è una mortalità oncologica più alta, indicata nel testo come vicina al 9% in più rispetto alla media nazionale, e un’aspettativa di vita inferiore di circa un anno e mezzo rispetto alle province più forti del Nord.

Il divario non è un mero esercizio statistico: al Sud, e segnatamente nelle province più marginalizzate come quella di Agrigento, l’impossibilità di accedere a cure tempestive e adeguate si traduce in un tasso di mortalità oncologica sensibilmente più alto, sfiorando il 9% in più rispetto alla media nazionale, e in un’aspettativa di vita media che risulta inferiore di un anno e mezzo rispetto ai residenti nelle floride province lombarde o venete.

 In questo vasto e preoccupante scenario macro-economico, la provincia di Agrigento emerge come il paradigma assoluto, il “paziente zero” del fallimento del sistema sanitario territoriale. Attraverso un’analisi incrociata ed esaustiva dei dati sui livelli essenziali di assistenza, sull’esodo forzato dei pazienti, sul collasso strutturale della medicina d’urgenza, sulle carenze di organico e sulle recenti, devastanti inchieste giudiziarie che hanno decapitato i vertici dell’Azienda Sanitaria Provinciale (ASP) locale, il  rapporto delinea i contorni di una crisi sistemica che appare fuori controllo.

Agrigento come simbolo della frattura sanitaria

Dentro questa mappa diseguale, la provincia di Agrigento emerge come uno dei punti più esposti della crisi. Il dossier di Svimez la definisce il “paziente zero” del fallimento della sanità territoriale. La formula è dura, ma restituisce una realtà fatta di ospedali sotto pressione, medicina preventiva debole, liste d’attesa difficili da governare e cittadini costretti a cercare altrove ciò che dovrebbero trovare vicino casa.

La rete provinciale ruota attorno ai presidi di Agrigento, Sciacca, Licata, Canicattì e Ribera. In teoria dovrebbe garantire una risposta diffusa. Nei fatti, il peso delle carenze territoriali finisce spesso sui pronto soccorso. Al “San Giovanni di Dio” di Agrigento, il fenomeno del boarding, con pazienti fermi per ore sulle barelle in attesa di un posto letto, diventa il segnale più visibile di un sistema che non riesce più a respirare. Ambulanze bloccate, corridoi pieni e personale sotto stress non sono incidenti isolati, ma la conseguenza di una catena che si inceppa prima dell’arrivo in ospedale.

Molti accessi vengono classificati come codici verdi o bianchi. Sarebbe facile parlare di uso improprio del pronto soccorso. Sarebbe anche ingiusto. Se una persona non trova risposte rapide dal territorio, se gli ambulatori non bastano e le Case della Comunità restano sulla carta o procedono a rilento, l’ospedale diventa l’unica porta aperta.

Medici mancanti, pazienti in fuga e conti in rosso

La carenza di personale aggrava tutto. Nella medicina d’urgenza agrigentina, secondo il dossier, a fronte di una pianta organica teorica di 63 medici risultano in servizio appena 36 unità. Questo vuoto produce turni pesanti, rischio clinico, burnout e perdita di attrattività per il pubblico. Il ricorso a medici a gettone o a professionisti reclutati all’estero può coprire qualche turno, ma non ricostruisce un sistema.

La conseguenza finale è la mobilità sanitaria. La Sicilia accumula debiti lordi verso altre Regioni per oltre 320,5 milioni di euro, con un saldo netto negativo di 246,7 milioni. Anche Agrigento contribuisce a questa emorragia. Chi ha soldi e famiglia parte. Chi non può, resta ad aspettare. È qui che la crisi sanitaria diventa anche crisi democratica: il diritto alla cura non dipende più solo dal bisogno, ma dal reddito, dal codice postale e dalla possibilità di viaggiare.

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Fonte: Report Sicilia

News Agrigento continua a seguire la vicenda e fornirà aggiornamenti in tempo reale.

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