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Tari Agrigento: il buco da 400mila euro esiste davvero?

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giampiero carta

Il disinganno di Gracián e i conti di Palazzo dei Giganti

Nell’Oráculo manual y arte de prudencia, il gesuita aragonese Baltasar Gracián — maestro spagnolo del Seicento e del desengaño, l’arte di togliere il velo alle cose — fissava un principio che i cronisti dovrebbero tenere incorniciato sulla scrivania: «Las cosas no pasan por lo que son, sino por lo que parecen». Le cose non valgono per ciò che sono, ma per ciò che sembrano. E aggiungeva, con la sua consueta ferocia elegante, che rari sono coloro che guardano dentro, e molti quelli che si accontentano dell’apparenza.

Ad Agrigento, in questi giorni d’agosto, una cifra passeggia per la città vestita da apparenza: quattrocentomila euro. La si chiama «buco», la si chiama «cratere», la si chiama «ammanco creato ad arte». Ma prima di consegnarla alla polemica — o alla paura dei cittadini — conviene fare esattamente ciò che Gracián raccomandava: guardarci dentro. Perché una cosa è il rischio, altra cosa è il danno già consumato; e in mezzo, nel bilancio di un Comune, c’è un intero corpo di regole contabili che nessuno slogan può scavalcare.

I fatti, spogliati della polemica

Il 30 luglio, in seduta ordinaria a Palazzo di Città, il Consiglio comunale aveva all’ordine del giorno due punti distinti e consecutivi: al punto 27 la determinazione del Piano economico finanziario (PEF) per le tariffe TARI del periodo regolatorio 2026-2029, al punto 28 il piano tariffario 2026. La distinzione non è un dettaglio burocratico: sono due atti diversi, con conseguenze diverse.

Alla resa dei conti, il numero legale è venuto meno. I consiglieri del centrodestra — che in aula pesano — non hanno garantito la presenza, e il PEF, insieme alle variazioni di bilancio collegate, è rimasto senza voto entro il termine utile. La maggioranza che sostiene il sindaco Michele Sodano, insieme a Controcorrente, Partito Democratico e Alleanza Verdi e Sinistra, ha parlato di scelta politica deliberata e di rischio per gli equilibri finanziari dell’ente. Il centrodestra ha rivendicato una battaglia d’aula. Fin qui la cronaca, che altre testate hanno già raccontato.

Questo articolo non si occupa di chi abbia disertato l’aula. Si occupa di una frase precisa, tecnica, con dei numeri dentro. E i numeri, a differenza degli slogan, si possono verificare.

La tesi di Giampiero Carta

Il consigliere comunale del Pd Giampiero Carta ha messo per iscritto un ragionamento più articolato del comunicato medio. Ne riportiamo il cuore:

«La mancata approvazione del PEF comporta per legge la proroga tacita delle tariffe dell’anno precedente, ma crea un conflitto con l’obbligo legale di copertura integrale dei costi del servizio e, quindi, rischia di compromettere gli equilibri di bilancio dell’Ente. […] è probabile che la copertura obbligatoria del deficit, per circa 400.000 euro generato dal mancato adeguamento tariffario TARI 2026, rischi di essere assorbito dalla spesa di missione più rilevante e al tempo stesso meno rigida del bilancio comunale, ovvero quella per diritti sociali e politiche sociali, che nel 2024 ha registrato impegni per spese correnti pari a circa 21.500.000 euro».

La frase ha il pregio della competenza: Carta conosce il lessico contabile e non lo maltratta. Ma proprio perché è competente merita di essere presa sul serio fino in fondo — e smontata pezzo per pezzo. Perché contiene tre livelli molto diversi tra loro: uno esatto, uno plausibile, e uno che, allo stato degli atti pubblici, non è dimostrato.

Primo livello: la proroga è legge, e qui Carta ha ragione

Quando un Comune non approva tariffe e aliquote entro il termine, si applicano quelle dell’anno precedente. Non è un’opinione: è l’articolo 1, comma 169, della legge 296 del 2006, che prevede la proroga tacita «di anno in anno». Non avendo il Consiglio determinato le nuove tariffe TARI 2026, il punto di partenza è dunque l’applicazione di quelle 2025.

È corretto anche il richiamo all’obbligo di copertura integrale dei costi del servizio rifiuti, fissato dalla legge 147 del 2013: la TARI deve coprire per intero costi di investimento e di esercizio. Il PEF è la base su cui si calcolano le entrate tariffarie necessarie. Se il costo riconosciuto per il 2026 fosse superiore a quanto le vecchie tariffe consentono di incassare, la differenza emergerebbe come minore entrata. Su questo impianto, Carta è tecnicamente ineccepibile.

Secondo livello: i 400mila euro, cifra plausibile ma non certificata

È qui che l’apparenza comincia a distaccarsi dalla sostanza. Quei 400.000 euro non sono, ad oggi, un «buco» già accertato e definitivo. Sono, nella migliore delle ipotesi, una minore entrata tariffaria stimata: la distanza tra il costo del nuovo PEF e il gettito ottenibile con le tariffe prorogate.

La parola che Carta stesso usa è la parola giusta: rischia. Il deficit diventa problema contabile concreto solo quando il Comune deve iscrivere e pagare costi del servizio superiori alle entrate disponibili, e non riesce a compensarli. A quel punto scatta l’obbligo, previsto dal TUEL, di preservare gli equilibri con una variazione o una manovra di salvaguardia. Ma «rischia di compromettere» non significa «ha già compromesso», e non significa nemmeno che l’esito sia inevitabile.

E soprattutto: quei 400.000 euro non sono verificabili dall’esterno. Per certificarli servirebbero il PEF 2026-2029 validato con il dettaglio dei costi, la proposta ufficiale delle tariffe e il prospetto comparativo del gettito con le tariffe 2025. Documenti che, al momento, non risultano pubblicamente consultabili. La cifra circola; la sua prova, no.

Terzo livello: l’automatismo che non esiste

Veniamo al passaggio più delicato, quello che Gracián avrebbe definito «apparenza che si spaccia per realtà». Carta scrive che i 400.000 euro «rischiano di essere assorbiti» dalla Missione 12 — diritti sociali e politiche sociali — perché sarebbe «la più rilevante e al tempo stesso meno rigida» del bilancio.

Nel bilancio di un Comune non esiste alcuna norma che imponga di compensare una minore entrata TARI attingendo alla missione di spesa più grande. Non c’è un tubo che trasferisca automaticamente denaro dalla Missione 12 al servizio rifiuti. Occorre un atto amministrativo e contabile che individui, capitolo per capitolo: le somme da ridurre, la loro natura libera o vincolata, gli impegni già assunti, gli obblighi contrattuali, il parere del responsabile finanziario e quello dei revisori. Senza una proposta di variazione che sottragga risorse ai sociali, l’affermazione che il fabbisogno «sarà probabilmente assorbito» dalla Missione 12 resta una previsione politica, non una conseguenza aritmetica.

C’è poi l’uso del dato dei 21,5 milioni, che è il punto tecnicamente più scivoloso. Quella cifra è il totale degli impegni della missione, non il denaro liberamente spostabile. Dentro ci sono trasferimenti statali e regionali vincolati, fondi del Distretto sociosanitario, il Fondo povertà, finanziamenti per disabilità, minori e anziani, contratti già stipulati, spese di personale, somme confluite nel Fondo pluriennale vincolato. Nulla di tutto ciò può essere dirottato sui rifiuti con un tratto di penna.

I 400.000 euro sono l’1,86% di 21,5 milioni: una percentuale rassicurante, e per questo fuorviante. Se la quota realmente finanziata con risorse comunali libere fosse, poniamo, di soli tre milioni, lo stesso prelievo peserebbe per oltre il 13%. Prima di parlare di missione «meno rigida» bisogna separare la spesa vincolata da quella davvero comprimibile — e quella separazione, nel documento politico, non c’è.

Quanto alla presunta minore rigidità: buona parte della spesa sociale è tutt’altro che flessibile. I servizi per disabili, minori e anziani poggiano spesso su obblighi normativi, provvedimenti giudiziari, accreditamenti, contratti e finanziamenti finalizzati. La componente discrezionale esiste e si comprime più facilmente di uno stipendio o della rata di un mutuo; ma da qui a dire che l’intera Missione 12 sia il primo bacino da cui pescare, ce ne corre.

Il colpo di scena: adesso è l’amministrazione a dire dove taglierà

C’è un elemento che ribalta la scena e, curiosamente, conferma la critica. Dopo il mancato voto, è stato l’assessore al Bilancio Ferdinando Trano a indicare pubblicamente i capitoli che la Giunta sarebbe costretta a sforbiciare per recuperare i 400.000 euro: non solo i fondi per i servizi sociali e il sostegno alle fasce deboli, ma anche la manutenzione stradale, il verde pubblico, il decoro urbano, i servizi essenziali dei quartieri e le attività culturali. Il dirigente del settore economico-finanziario ha citato in particolare il rischio per l’Asacom, l’assistenza agli alunni con disabilità.

Si noti bene la mossa retorica, e la sua ironia contabile. L’amministrazione, per drammatizzare il danno, ha fatto esattamente ciò che smentisce la tesi dell’automatismo: ha distribuito il taglio ipotetico su più missioni. Che è, alla lettera, una delle soluzioni tecniche corrette per riequilibrare senza affondare un singolo settore. In altre parole: proprio l’elenco dei tagli annunciati dimostra che i 400.000 euro non «cadono» meccanicamente sui sociali, ma vengono ripartiti attraverso una scelta politica precisa. Una scelta legittima, che però resta tale — una scelta — e non una fatalità del bilancio.

Le alternative che nessuno nomina

Se il fabbisogno di 400.000 euro fosse confermato, il Comune avrebbe a disposizione, nel rispetto delle regole, un ventaglio di strumenti ben più ampio del solo taglio: maggiori entrate correnti effettivamente accertabili, riduzione di spese non obbligatorie, economie su contratti e utenze, redistribuzione delle riduzioni su più missioni, e — non ultimo — i recuperi tariffari negli esercizi successivi, riduzione dei compensi per il Sindaco e gli assessori, taglio della spesa per addetto stampa.  Il metodo ARERA prevede infatti componenti di conguaglio proprio per la differenza tra entrate tariffarie approvate e somme fatturate, quando non coperta da altre risorse. Non elimina il problema immediato di cassa, ma smentisce l’idea che la differenza debba per forza tradursi in un taglio definitivo della spesa sociale nello stesso anno.

Agrigento è un Comune al collasso? No. Ma nemmeno in salute

Serve infine misura anche sull’aggettivo «fragile». Secondo i dati del Rendiconto 2024 comunicati dall’amministrazione e ripresi dalla stampa, il Comune presentava un fondo di cassa attorno ai 41,2 milioni di euro, un disavanzo da riaccertamento straordinario residuo di circa 24,29 milioni, con una quota annua obbligatoria di recupero intorno ai 2,12 milioni, il rispetto degli equilibri correnti e la certificazione di ente non strutturalmente deficitario.

La lettura corretta è dunque doppia: Agrigento non è un Comune già squilibrato, ma ha un bilancio a elasticità limitata, appesantito dal recupero annuale del disavanzo. In un contesto simile, una minore entrata corrente di 400.000 euro è tutt’altro che irrilevante — ma, da sola, non è la prova di una compromissione irrimediabile.

Le due percentuali che non tornano

C’è, a margine, un dettaglio che pochi hanno notato e che merita il faro. Carta parla di un incremento medio della TARI del 2,35%. Il sindaco Sodano, in altra sede, ha indicato un aumento medio dell’1,5%, presentandolo come necessario a completare il risanamento e a puntare a una riduzione della tassa dal 2027. Due cifre diverse per lo stesso atto, pronunciate dallo stesso schieramento. Non è una contraddizione da poco: è la migliore ragione per pretendere la pubblicazione della simulazione tariffaria ufficiale, l’unico documento che può dire quale delle due percentuali sia quella vera.

Il verdetto: Gracián aveva ragione

Torniamo al gesuita di Belmonte. La frase di Carta «passa per ciò che sembra»: sembra la fotografia di un danno certo che sta per divorare i servizi ai più deboli. Guardata dentro, è un’altra cosa — un rischio reale ma non quantificabile dall’esterno, poggiato su una cifra non certificata e su un automatismo che il bilancio comunale non conosce.

La formulazione onesta sarebbe questa: la mancata approvazione delle tariffe TARI 2026 può determinare una minore entrata corrente che il Comune dovrà compensare con una variazione o altri strumenti di riequilibrio; in assenza di risorse alternative, potrebbero essere ridotti stanziamenti comunali non vincolati, compresi alcuni interventi sociali. Ma affermare che quel taglio sia automatico, o probabile, senza conoscere la variazione proposta, le fonti di finanziamento della Missione 12 e i pareri degli organi contabili, significa scambiare l’apparenza per la realtà.

Carta ha ragione a suonare l’allarme sull’equilibrio. Non ha ancora fornito la prova che l’allarme debba tradursi nella forbice sui sociali. E finché quella prova — cioè i documenti — resta chiusa in un cassetto di Palazzo dei Giganti, il desengaño del cronista impone di scriverlo chiaro: i quattrocentomila euro, per ora, sono un rischio con l’abito buono del buco.

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Fonte: Report Sicilia

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