Agrigento – Angelo Cambiano: “Necessario rispettare le principali regole di forma e istituzionali”. Ultime notizie da Agrigento e provincia: aggiornamenti in tempo reale su Politica.
Cosa sta succedendo
Angelo Cambiano, deputato regionale del Movimento 5 Stelle, ha diffuso alla stampa una nota, il cui contenuto pubblichiamo integralmente:

“Ieri si è consumato l’ennesimo episodio di quella che non riesco più a definire diversamente: cafonaggine istituzionale.
Non entrerò nei dettagli, perché non è ciò che mi interessa.
Non è una questione personale e non intendo trasformarla in tale.
È una questione molto più seria: riguarda il modo in cui si interpretano le Istituzioni e si esercita il potere.
Da troppo tempo assistiamo a comportamenti di un Sindaco che sembra confondere l’autorevolezza del ruolo con l’arroganza del potere, piegando troppo spesso i rapporti istituzionali alle proprie simpatie, alle proprie antipatie e alle proprie convenienze politiche, come se la fascia tricolore attribuisse a chi la indossa la facoltà di stabilire chi meriti rispetto e chi no.
Non funziona così.
Le Istituzioni non sono proprietà di chi, temporaneamente, le rappresenta né il rispetto istituzionale è un riconoscimento personale da concedere agli amici e negare agli avversari.
Io posso stare simpatico o antipatico al Sindaco di Licata, ma questo non dovrebbe avere alcuna importanza.
Possiamo avere idee opposte, possiamo criticarci duramente e potremmo persino confrontarci pubblicamente sulle nostre differenti visioni della città, se il Sindaco decidesse finalmente di accettare quel confronto politico che continua a evitare.
Ma proprio qui sta la differenza.
La politica può dividerci, le Istituzioni devono unirci nel rispetto delle regole e dei ruoli.
E c’è una ragione per cui considero tutto questo molto più grave di qualsiasi episodio che possa riguardare personalmente me: il dover essere d’esempio.
Chi ricopre una funzione pubblica non amministra soltanto, educa, nel bene e nel male, attraverso i propri comportamenti.
E, allora mi domando quale cultura istituzionale stiamo trasmettendo ai ragazzi che osservano la politica, e quale cultura stiamo trasmettendo ai giovani amministratori e ai giovani assessori che oggi stanno formando la propria esperienza politica accanto a chi dovrebbe rappresentare, per loro, un esempio?
Perché c’è anche un’altra questione che riguarda direttamente il modo di concepire il potere.
Machiavelli, ne Il Principe, scrive una frase diventata celebre:
«Bisogna adunque essere golpe a conoscere e’ lacci, e lione a sbigottire e’ lupi.»
La volpe e il leone, l’astuzia e la forza. Machiavelli descrive così la capacità di chi governa di comprendere la realtà, riconoscere i pericoli, usare l’intelligenza politica e, quando necessario, avere la forza di assumere decisioni, ma quella lezione sul potere viene spesso deformata fino a trasformarla in una sorta di giustificazione dell’arroganza, e non c’è errore più grande.
Qui il rischio di fraintendimenti è alto.
Il leone non è il prepotente.
La forza politica non è la capacità di mortificare l’avversario.
L’autorevolezza non è la capacità di imporsi attraverso il ruolo.
E l’esercizio del potere non significa avere il diritto di decidere chi meriti rispetto e chi invece possa essere trattato con sufficienza o disprezzo.
Machiavelli descrive il potere nella sua dimensione realistica, non lo trasforma in una licenza di comportamento, perché una cosa è esercitare l’autorità, un’altra è esercitare la prepotenza; una cosa è avere la forza politica necessaria per governare, un’altra è utilizzare quella forza per umiliare chi non appartiene alla propria parte.
E se passa il principio che l’avversario politico debba essere ignorato, mortificato o delegittimato; se passa l’idea che chi critica diventi automaticamente un nemico; se insegniamo che il rispetto si riserva soltanto a chi appartiene alla propria parte, allora stiamo facendo un danno molto più grande di una polemica politica.
Stiamo formando una generazione senza cultura delle Istituzioni.
Ed è contro questa deriva che continuerò a battermi.
L’ho fatto anche nelle aule di tribunale, chiedendo tutela e ottenendo giustizia nei confronti di chi ha creduto di poter costruire il proprio percorso politico attraverso l’insulto quotidiano e la delegittimazione personale, non per vendetta, ma perché esiste un principio che considero irrinunciabile.
Non voglio che un ragazzo della mia città possa convincersi che, per emergere, debba insultare qualcuno più forte degli altri.
Non voglio che pensi che la scorciatoia per ottenere consenso sia dileggiare, denigrare o umiliare l’avversario.
Voglio continuare a dire ai nostri giovani esattamente il contrario.
Studiate, impegnatevi e fate sacrifici.
Acquisite competenze e abbiate il coraggio delle vostre idee. Difendetele anche con forza, ma soprattutto, imparate a confrontarvi con chi non la pensa come voi.
Perché è questa l’unica strada attraverso la quale possiamo restituire una speranza e un futuro a questa terra.
Non l’insulto.
Non la prepotenza.
Non l’arroganza.
Non la mortificazione dell’avversario.
Ci possono essere simpatie e antipatie, ci possono essere maggioranze e opposizioni, ci possono essere scontri politici anche durissimi, ma esiste un confine che chi rappresenta le Istituzioni non dovrebbe mai superare: quello del rispetto.
La nostra Costituzione chiede a chi esercita funzioni pubbliche di adempierle «con disciplina ed onore», sono parole che dovremmo ricordare più spesso, perché disciplina ed onore significano anche misura, significano rispetto dei ruoli, significano contegno, significano avere la maturità di riconoscere l’Istituzione anche quando a rappresentarla è il proprio più duro avversario politico.
E da chi ha settant’anni, una lunga esperienza politica e l’onore di indossare la fascia tricolore, ci si aspetterebbe proprio questo: che fosse un esempio per chi viene dopo.
Purtroppo, troppo spesso, a Licata accade il contrario.
E non è una questione anagrafica.
È una questione di statura istituzionale.
Perché si può avere settant’anni e non avere ancora compreso che esercitare un’autorità non significa esercitare una prepotenza, si può indossare una fascia tricolore senza comprenderne fino in fondo il peso, e si può occupare il ruolo più importante della città senza riuscire a essere un esempio per i più giovani.
La fascia non rende autorevole una persona, è il comportamento della persona a rendere autorevole la fascia che indossa.
Per questo continuerò a denunciare ciò che ritengo sbagliato.
Continuerò a chiedere il confronto pubblico.
Continuerò a rispettare le Istituzioni anche quando sono rappresentate da persone politicamente lontanissime da me.
E continuerò, soprattutto, a dire ai giovani che esiste un altro modo di fare politica: un modo fatto di studio, sacrificio, competenza, confronto e rispetto.
Perché i ruoli passano, il potere passa, le persone passano, ma le Istituzioni restano.
Chi ha avuto l’onore di rappresentarle dovrebbe preoccuparsi non di quanto potere ha esercitato, ma dell’esempio che avrà lasciato quando quel potere non lo avrà più.
Perché, alla fine, la vera forza di chi governa non si misura dalla capacità di far sentire piccolo il proprio avversario, ma dalla capacità di rimanere grande anche di fronte ad esso.
Questo è il potere che merita rispetto”.
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Fonte: quilicata.it
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