L’orto di Vallicaldi: da progetto di comunità a giungla di erbacce. Ultime notizie da Agrigento e provincia: aggiornamenti in tempo reale su Politica.
Cosa sta succedendo

Un anno dopo l’inaugurazione in pompa magna dell’orto di comunità di via Vallicaldi — denaro pubblico, sindaco e aperitivo compresi — resta in piedi soltanto il compostaggio meglio riuscito: quello delle buone intenzioni.
C’era una volta, e c’era appena un anno fa, un 17 maggio di musica e aperitivo nel quartiere Vallicaldi. Bella gente, cittadini attivi, sorrisi e fotografie. Si inaugurava la compostiera e il giardino di comunità, «primo risultato» del progetto dal nome che era già un programma e una promessa: Coltivare legami: orto e compostaggio di comunità, finanziato dal Sicily Environment Fund, che mira a promuovere e a finanziare la cittadinanza attiva per la transizione ecologica, in collaborazione con Rifiuti Zero Sicilia, trasformando aree degradate e abbandonata in un laboratorio dove sperimentare pratiche di cittadinanza attiva e di economia circolare, come la riduzione dei rifiuti e la trasformazione della frazione organica in risorsa.
Tutto questo con denaro pubblico, naturalmente (8 mila euro): l’unica materia prima che, ad Agrigento, non scarseggia mai quando c’è da tagliare un nastro.
L’iniziativa, va detto, era nata bene. C’era stata persino una fase preparatoria di sostanza — la pulizia del cortile Tumminelli, la raccolta dei rifiuti, la potatura delle aiuole, la sistemazione del verde — a dimostrazione che, quando si vuole, l’area abbandonata del centro storico si può rimettere in ordine in un pomeriggio. In campo l’associazione Local Impact, i ragazzi di Scaro Café (alcuni candidati nelle liste di Controcorrente e con successo) e una pattuglia di cittadini decisi, sulla carta, a trasformare un angolo dimenticato in «spazio di socialità, condivisione e sostenibilità».
Il lessico, quel giorno, era impeccabile. Si parlò di cittadinanza attiva, di mutualismo, di partecipazione diretta, di economia circolare, di riduzione dei rifiuti e di un orto urbano modello. Venne perfino annunciata la nascita di Scaro Community, comitato di quartiere votato a promuovere la qualità della vita e i diritti degli abitanti di Vallicaldi e Ravanusella. A benedire la liturgia c’era l’allora sindaco Francesco Miccichè, che pronunciò la frase di rito: «Questo è il modo migliore per prendersi cura della città, con l’impegno condiviso e l’amore per i luoghi in cui si vive». Parole giuste. Il problema, com’è noto, è la stagionalità di certi amori.
Un anno dopo
Le fotografie scattate oggi raccontano un’altra storia, e la raccontano senza bisogno di didascalie. Le strutture in legno per le aiuole e le coltivazioni sono ancora lì — vuote, asciutte, invase dalle erbacce o occupate da piante che resistono per testardaggine botanica più che per manutenzione. Il terreno è arido, coperto di pietrisco, sterpaglie e rami secchi; le piante grasse e gli ulivi tirano avanti per dote di natura, non certo per cura dell’uomo. Dove doveva sorgere un piccolo presidio di rigenerazione urbana ci sono cassette rialzate abbandonate, tubi, cartoni, sacchi di plastica, residui vegetali e rifiuti accatastati ai margini della strada. Qualche angolo si è perfino riciclato — questa sì, economia circolare — in punto di deposito occasionale.
L’unico elemento del progetto a essersi davvero compiuto è proprio il compostaggio: peccato che a decomporsi, più dell’umido, sia stato l’entusiasmo. La compostiera prometteva di trasformare gli scarti in risorsa; ha trasformato, con identica efficienza, una promessa in scarto.
A vegliare sul tutto restano i cartelli informativi e le installazioni: testimonianza muta di un’intenzione lodevole, sopravvissuta alla cura che avrebbe dovuto custodirla. Sono lì, come l’insegna di un negozio chiuso, a ricordare ai passanti che cosa quel luogo avrebbe dovuto essere. È, se vogliamo, il più puro dei paradossi pirandelliani: l’insegna è la maschera, e dietro la maschera non c’è più nessun volto. Si guarda la fotografia dell’inaugurazione, poi si guarda la fotografia di oggi, e ciò che nasce non è il riso, ma il sentimento del contrario.
Il comitato di quartiere c’è. Ha quattro zampe
Una sola comunità, in via Vallicaldi, ha mantenuto la parola data e presidia ancora il luogo: la colonia felina. Cucce, ciotole e gatti popolano lo spazio con una fedeltà che agli umani è riuscita per una sola stagione. Sono loro, oggi, gli unici iscritti effettivi a Scaro Community, gli ultimi custodi di un’area che doveva essere «di tutti» e che è finita, come spesso accade a ciò che è di tutti, per non essere più di nessuno. Più che un giardino condiviso, un orto dimenticato; più che un presidio civico, un’area di sopravvivenza urbana — felina, soprattutto.
Non è colpa della natura
Conviene dirlo con chiarezza, perché qui non si processa la siccità. Via Vallicaldi non racconta un fallimento della natura: la natura, anzi, ha fatto fin troppo bene il suo dovere, riprendendosi puntualmente ciò che le era stato tolto per un pomeriggio di festa. Racconta, semmai, un fallimento della cura. E la cura, a differenza dei fondi, non si eroga una tantum: o è quotidiana o non è.
Un progetto di comunità che non viene seguito non resta neutro: si rovescia nel proprio contrario. Da simbolo di partecipazione diventa prova materiale di discontinuità, da laboratorio di cittadinanza attiva si fa monumento alla cittadinanza intermittente, quella che si accende per l’inaugurazione e si spegne con l’ultimo spritz. Il guasto non è estetico, è civile: riguarda la serietà con cui questa città maneggia il denaro pubblico e le promesse roboanti di chi dice di volerla migliorare.
Resta una domanda, ed è la più scomoda: dei fondi del Sicily Environment Fund, di Local Impact, di Scaro Café e del comitato Scaro Community — al netto della colonia felina, beninteso — c’è ancora qualcuno che, oggi, risponde di via Vallicaldi? Perché un anno fa c’erano in tanti a inaugurarla. Per innaffiarla, evidentemente, non è rimasto nessuno
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Così il 20 giugno 2026
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Fonte: Report Sicilia
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